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 Febbraio 2004 - Cosmorama

Focus

americhe

Cuba-Usa-Argentina: triangolo di polemiche

Hanno suscitato non poche polemiche a gennaio le dichiarazioni del sottosegretario di Stato Usa per gli Affari interamericani, Roger Noriega, il quale, durante una conferenza stampa in occasione del Consiglio delle Americhe a New York, ha denunciato l’esistenza di un piano di Cuba per destabilizzare le democrazie latinoamericane. «Il presidente Fidel Castro - ha detto Noriega - non rappresenta una minaccia per gli Usa, ma è sempre più chiaro che punta a forme di destabilizzazione politica ed economica nei Paesi vicini». Grande finanziatore di Castro sarebbe il Venezuela di Hugo Chávez. Il sottosegretario Usa ha dichiarato che la sua amministrazione è in «permanente contatto» per valutare la situazione venezuelana con Brasile, Cile, Messico, Portogallo e Spagna. Dopo gli attacchi a Cuba e Venezuela, è poi partito un siluro verso l’Argentina. Gli Usa, ha dichiarato Noriega, sono «delusi e preoccupati per la svolta a sinistra della politica di Buenos Aires nei confronti di Cuba. E questo è sconcertante, perché l’Argentina è un Paese importante che dovrebbe stare con noi nella promozione dei diritti umani e della democrazia».
Washington non ha digerito la visita all’Avana del ministro degli Esteri argentino Rafael Bielsa (durante la quale, ha sottolineato il politico Usa, «egli non si è riunito con nessuno dei dissidenti») così come l’annuncio argentino di astensione sul voto riguardante Cuba nella Commissione dei diritti umani dell’Onu. Le reazioni di Buenos Aires non si sono fatte attendere. Il ministro Bielsa ha espresso all’ambasciatore Usa il «rammarico per le dichiarazioni parziali e maldestre di Noriega», dalle quali il suo Governo si sente «colpito e offeso», mentre il presidente Kirchner ha sottolineato che l’Argentina è «un Paese indipendente e con dignità». Ma la risposta più drastica è stata quella del portavoce del Governo, Alberto Fernández, secondo cui «l’allineamento automatico con le posizioni Usa che caratterizzava la politica argentina durante la gestione dell’ex presidente Carlos Menem è ormai terminato».


africa

Burundi, ucciso il nunzio Colpa dei ribelli hutu?
Gli hanno sparato con l’intento di ucciderlo. E l’hanno ammazzato. Michael Courtney, 58 anni, era il nunzio apostolico in Burundi. Il 29 dicembre stava tornando a Bujumbura da un funerale quando la sua auto è caduta in un’imboscata. Mons. Courtney era un diplomatico di esperienza. Nato in Irlanda aveva studiato all’Accademia diplomatica pontificia. Dal 1980 era stato rappresentante della Santa Sede in Sudafrica, Zimbabwe, Senegal, India, Iugoslavia, Cuba ed Egitto. Prima di essere trasferito in Burundi (dove si era adoperato per la riconciliazione) era stato osservatore presso il Consiglio d’Europa. Sono in molti a credere che i responsabili siano membri del Fronte nazionale di Liberazione (Fnl), che in quei giorni combattevano in quella zona contro l’esercito. «Dal modo in cui è stato messo a morte, e parlo proprio di una vera esecuzione - ha dichiarato mons. Simon Ntamwana, presidente della Conferenza episcopale del Burundi, che per queste parole ha ricevuto l’intimazione dell’Fnl (poi ritirata) di lasciare il Paese -, si vede che mons. Courtney era ricercato. I vari appelli del nunzio all’Fnl affinché lasciasse la via della guerra e le reazioni da parte dei ribelli mostrano che non bisogna cercare ribelli se non nell’Fnl».
Il Burundi sta ancora subendo le conseguenze della guerra civile attraverso la quale la maggioranza hutu ha cercato di scalzare la minoranza tutsi dal potere. Solo alla fine del 2003, dopo un tormentato processo di pace, la maggiore formazione ribelle hutu, l’Fdd, ha accettato di lasciare le armi. Ma la guerriglia è continuata, portata avanti da un’altra forza ribelle: l’Fnl appunto. Dopo l’omicidio di mons. Courtney qualcosa si è mosso. L’Fnl ha accettato di trattare con il Governo, aprendo così lo spazio alla speranza di pacificazione.

medio oriente

In Arabia Saudita più poteri per la Shura
Re Fahd ha concesso poteri più vasti alla Shura, il consiglio consultivo del regno dell’Arabia Saudita. Il re ha dato al consiglio la facoltà di proporre leggi senza il suo preventivo consenso. Per quanto limitata sia la riforma, molti osservatori giudicano questa novità un fatto interessante, anzitutto perché consente di accelerare il processo decisionale in campo legislativo, attualmente lento e complicato. L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta e finora la Shura, un’assemblea di 120 membri scelti dal re con compiti consultivi, non aveva nemmeno il potere di proporre leggi, in quanto i poteri legislativo ed esecutivo sono prerogativa del re. L’assemblea potrà anche proporre modifiche alle leggi esistenti, e avrà maggiore autonomia nei rapporti con il Governo. Anche sul fronte della pubblicità dei lavori dell’assemblea si registra qualche progresso: il Governo ha autorizzato la trasmissione televisiva dei dibattiti della Shura.
In seguito all’attentato dell’11 settembre 2001, che ha visto la partecipazione di alcuni terroristi sauditi, sospettati di aver avuto l’appoggio di una parte della casa regnante e di alcune correnti religiose radicali, la pressione degli Usa e della Gran Bretagna per profonde riforme politiche si è intensificata e concessioni come quella relativa alla Shura ne sono l’effetto. Ma anche dall’interno sono attive spinte per il cambiamento: un gruppo di cento personalità ha sottoscritto un appello, inviato al principe Abdullah (re Fahd è malato e l’attività quotidiana è delegata al principe ereditario), con il quale si chiedono un parlamento elettivo, una magistratura indipendente ed eguaglianza di diritti per le donne.
Intanto si attendono le prime elezioni nella storia del Paese: re Fahd ha fissato entro il 2004 l’elezione di 14 consigli municipali.

europa

Svizzera, nuovi equilibri di governo
Dopo 44 anni, la tradizionale stabilità del sistema politico elvetico ha subito una scossa con l’ingresso nel Consiglio federale del leader della destra populista Christoph Blocher, vincitore delle elezioni legislative con il 26,7% dei voti. Il suo partito, l’Unione Democratica di Centro (Udc) ha ottenuto due dei sette dicasteri del Governo federale, a scapito dei democristiani che conservano un solo consigliere. Gli altri membri, come per tradizione, sono due socialisti e due liberali-radicali. Questa formula politica - la cosiddetta «formula magica» (2+2+2+1) - è una sorta di grande coalizione fra i partiti maggiori che regge la Confederazione da decenni, governando con il metodo del consenso invece che con l’alternanza di coalizioni.
Anche se la formula si è ricostituita, diversi sono gli equilibri interni e non mancheranno le tensioni con i socialisti, che fino all’ultimo si sono opposti al rafforzamento della destra xenofoba e isolazionista nel Consiglio federale. Come ha scritto un commentatore: «il nuovo Governo è nettamente più a destra, più maschile (solo un ministro è donna) e più vecchio per età media. Riflette l’inquietudine di un Paese che guarda con incertezza al futuro».
La figura di Blocher è controversa. Imprenditore milionario di Zurigo, si oppone a ogni forma di integrazione europea e propone tagli alla spesa pubblica. Durante la campagna elettorale si è espresso in termini razzisti contro i lavoratori stranieri trovando seguito nella Svizzera profonda, soprattutto tedesca. Tuttavia slogan patriottici e isolazionisti, uniti a ricette economiche ultraliberali, hanno fatto breccia anche nell’establishment economico-finanziario. Blocher fa leva sulle paure di declino degli svizzeri che si vedono minacciati dalla stagnazione economica, dall’aumento delle imposte e dalle incertezze del quadro politico internazionale. Da questo atteggiamento di chiusura non si salvano nemmeno i richiedenti asilo (il 2% degli stranieri), che l’Udc giudica come «profittatori» del sistema, rimproverando allo Stato un’accoglienza costosa.

asia e oceania

Iran Bam: la solidarietà dopo il terremoto
Situata nell’Iran sud-orientale, a 200 chilometri da Kerman, capoluogo della provincia, l’antica città di Bam è interamente costruita di mattoni di fango essiccato e di assi di legno di palma. O, piuttosto, era. Perché il terremoto del 26 dicembre scorso ha letteralmente sbriciolato il centro abitato e i villaggi limitrofi, provocando la morte di oltre 40mila persone, un quarto dell’intera popolazione e la fuga di oltre 100mila abitanti. Migliaia i bambini che hanno perso i genitori e che si sono improvvisamente ritrovati orfani e senza tetto: un dramma nel dramma.
Una città fragile, in un ambiente ostile, ma che per secoli - a partire dal’Impero Sasanide (224-637 d.C.) - ha costituito un importante centro carovaniero, mentre le sue mura imponenti hanno protetto tesori, culture, tradizioni e i focolari sacri del culto zoroastriano che qui ebbe una delle sue roccaforti fino all’islamizzazione dell’intero Iran. Successivamente, la città (una specie di oasi nel desolato Dast-e-Kavir) si estese oltre la cinta muraria e si modernizzò, senza perdere la prerogativa di centro commerciale, di pellegrinaggio (questa volta alla tomba di un venerato mistico e astronomo musulmano, Mirza Naiim), nonché strategico. Il suo declino, iniziato con l’invasione afghana del 1722, si arrestò negli anni Cinquanta del secolo scorso, con l’inizio dei lavori di restauro della Cittadella guardata da 28 imponenti torrioni, e il miglioramento delle vie di comunicazione che portano al confine afghano e pakistano.
La solidarietà internazionale, alla quale ha partecipato anche l’Italia, ha costituito un sicuro conforto per i sopravvisssuti nei primi, drammatici giorni dopo il sisma; ci sono segnali che, con la solidarietà internazionale, la ricostruzione potrà essere una realtà nel giro di pochi anni.




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