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americhe
Cuba-Usa-Argentina: triangolo di polemiche |
Hanno suscitato non poche polemiche a gennaio le
dichiarazioni del sottosegretario di Stato Usa per gli Affari interamericani,
Roger Noriega, il quale, durante una conferenza stampa in occasione
del Consiglio delle Americhe a New York, ha denunciato l’esistenza
di un piano di Cuba per destabilizzare le democrazie latinoamericane.
«Il presidente Fidel Castro - ha detto Noriega - non rappresenta
una minaccia per gli Usa, ma è sempre più chiaro che punta
a forme di destabilizzazione politica ed economica nei Paesi vicini».
Grande finanziatore di Castro sarebbe il Venezuela di Hugo Chávez.
Il sottosegretario Usa ha dichiarato che la sua amministrazione è
in «permanente contatto» per valutare la situazione venezuelana
con Brasile, Cile, Messico, Portogallo e Spagna. Dopo gli attacchi a
Cuba e Venezuela, è poi partito un siluro verso l’Argentina.
Gli Usa, ha dichiarato Noriega, sono «delusi e preoccupati per
la svolta a sinistra della politica di Buenos Aires nei confronti di
Cuba. E questo è sconcertante, perché l’Argentina
è un Paese importante che dovrebbe stare con noi nella promozione
dei diritti umani e della democrazia».
Washington non ha digerito la visita all’Avana del ministro degli
Esteri argentino Rafael Bielsa (durante la quale, ha sottolineato il
politico Usa, «egli non si è riunito con nessuno dei dissidenti»)
così come l’annuncio argentino di astensione sul voto riguardante
Cuba nella Commissione dei diritti umani dell’Onu. Le reazioni
di Buenos Aires non si sono fatte attendere. Il ministro Bielsa ha espresso
all’ambasciatore Usa il «rammarico per le dichiarazioni
parziali e maldestre di Noriega», dalle quali il suo Governo si
sente «colpito e offeso», mentre il presidente Kirchner
ha sottolineato che l’Argentina è «un Paese indipendente
e con dignità». Ma la risposta più drastica è
stata quella del portavoce del Governo, Alberto Fernández, secondo
cui «l’allineamento automatico con le posizioni Usa che
caratterizzava la politica argentina durante la gestione dell’ex
presidente Carlos Menem è ormai terminato». |
africa
Burundi, ucciso il nunzio Colpa dei ribelli hutu? |
Gli hanno sparato con l’intento di ucciderlo. E
l’hanno ammazzato. Michael Courtney, 58 anni, era il nunzio apostolico
in Burundi. Il 29 dicembre stava tornando a Bujumbura da un funerale quando
la sua auto è caduta in un’imboscata. Mons. Courtney era
un diplomatico di esperienza. Nato in Irlanda aveva studiato all’Accademia
diplomatica pontificia. Dal 1980 era stato rappresentante della Santa
Sede in Sudafrica, Zimbabwe, Senegal, India, Iugoslavia, Cuba ed Egitto.
Prima di essere trasferito in Burundi (dove si era adoperato per la riconciliazione)
era stato osservatore presso il Consiglio d’Europa. Sono in molti
a credere che i responsabili siano membri del Fronte nazionale di Liberazione
(Fnl), che in quei giorni combattevano in quella zona contro l’esercito.
«Dal modo in cui è stato messo a morte, e parlo proprio di
una vera esecuzione - ha dichiarato mons. Simon Ntamwana, presidente della
Conferenza episcopale del Burundi, che per queste parole ha ricevuto l’intimazione
dell’Fnl (poi ritirata) di lasciare il Paese -, si vede che mons.
Courtney era ricercato. I vari appelli del nunzio all’Fnl affinché
lasciasse la via della guerra e le reazioni da parte dei ribelli mostrano
che non bisogna cercare ribelli se non nell’Fnl».
Il Burundi sta ancora subendo le conseguenze della guerra civile attraverso
la quale la maggioranza hutu ha cercato di scalzare la minoranza tutsi
dal potere. Solo alla fine del 2003, dopo un tormentato processo di pace,
la maggiore formazione ribelle hutu, l’Fdd, ha accettato di lasciare
le armi. Ma la guerriglia è continuata, portata avanti da un’altra
forza ribelle: l’Fnl appunto. Dopo l’omicidio di mons. Courtney
qualcosa si è mosso. L’Fnl ha accettato di trattare con il
Governo, aprendo così lo spazio alla speranza di pacificazione.
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medio oriente
In Arabia Saudita più poteri per la Shura |
Re Fahd ha concesso poteri più vasti alla Shura,
il consiglio consultivo del regno dell’Arabia Saudita. Il re ha
dato al consiglio la facoltà di proporre leggi senza il suo preventivo
consenso. Per quanto limitata sia la riforma, molti osservatori giudicano
questa novità un fatto interessante, anzitutto perché consente
di accelerare il processo decisionale in campo legislativo, attualmente
lento e complicato. L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta
e finora la Shura, un’assemblea di 120 membri scelti dal re con
compiti consultivi, non aveva nemmeno il potere di proporre leggi, in
quanto i poteri legislativo ed esecutivo sono prerogativa del re. L’assemblea
potrà anche proporre modifiche alle leggi esistenti, e avrà
maggiore autonomia nei rapporti con il Governo. Anche sul fronte della
pubblicità dei lavori dell’assemblea si registra qualche
progresso: il Governo ha autorizzato la trasmissione televisiva dei dibattiti
della Shura.
In seguito all’attentato dell’11 settembre 2001, che ha visto
la partecipazione di alcuni terroristi sauditi, sospettati di aver avuto
l’appoggio di una parte della casa regnante e di alcune correnti
religiose radicali, la pressione degli Usa e della Gran Bretagna per profonde
riforme politiche si è intensificata e concessioni come quella
relativa alla Shura ne sono l’effetto. Ma anche dall’interno
sono attive spinte per il cambiamento: un gruppo di cento personalità
ha sottoscritto un appello, inviato al principe Abdullah (re Fahd è
malato e l’attività quotidiana è delegata al principe
ereditario), con il quale si chiedono un parlamento elettivo, una magistratura
indipendente ed eguaglianza di diritti per le donne.
Intanto si attendono le prime elezioni nella storia del Paese: re Fahd
ha fissato entro il 2004 l’elezione di 14 consigli municipali. |
europa
Svizzera, nuovi equilibri di governo |
Dopo 44 anni, la tradizionale stabilità del sistema
politico elvetico ha subito una scossa con l’ingresso nel Consiglio
federale del leader della destra populista Christoph Blocher, vincitore
delle elezioni legislative con il 26,7% dei voti. Il suo partito, l’Unione
Democratica di Centro (Udc) ha ottenuto due dei sette dicasteri del Governo
federale, a scapito dei democristiani che conservano un solo consigliere.
Gli altri membri, come per tradizione, sono due socialisti e due liberali-radicali.
Questa formula politica - la cosiddetta «formula magica» (2+2+2+1)
- è una sorta di grande coalizione fra i partiti maggiori che regge
la Confederazione da decenni, governando con il metodo del consenso invece
che con l’alternanza di coalizioni.
Anche se la formula si è ricostituita, diversi sono gli equilibri
interni e non mancheranno le tensioni con i socialisti, che fino all’ultimo
si sono opposti al rafforzamento della destra xenofoba e isolazionista
nel Consiglio federale. Come ha scritto un commentatore: «il nuovo
Governo è nettamente più a destra, più maschile (solo
un ministro è donna) e più vecchio per età media.
Riflette l’inquietudine di un Paese che guarda con incertezza al
futuro».
La figura di Blocher è controversa. Imprenditore milionario di
Zurigo, si oppone a ogni forma di integrazione europea e propone tagli
alla spesa pubblica. Durante la campagna elettorale si è espresso
in termini razzisti contro i lavoratori stranieri trovando seguito nella
Svizzera profonda, soprattutto tedesca. Tuttavia slogan patriottici e
isolazionisti, uniti a ricette economiche ultraliberali, hanno fatto breccia
anche nell’establishment economico-finanziario. Blocher fa leva
sulle paure di declino degli svizzeri che si vedono minacciati dalla stagnazione
economica, dall’aumento delle imposte e dalle incertezze del quadro
politico internazionale. Da questo atteggiamento di chiusura non si salvano
nemmeno i richiedenti asilo (il 2% degli stranieri), che l’Udc giudica
come «profittatori» del sistema, rimproverando allo Stato
un’accoglienza costosa. |
asia e oceania
Iran Bam: la solidarietà dopo il terremoto |
Situata nell’Iran sud-orientale, a 200 chilometri
da Kerman, capoluogo della provincia, l’antica città di Bam
è interamente costruita di mattoni di fango essiccato e di assi
di legno di palma. O, piuttosto, era. Perché il terremoto del 26
dicembre scorso ha letteralmente sbriciolato il centro abitato e i villaggi
limitrofi, provocando la morte di oltre 40mila persone, un quarto dell’intera
popolazione e la fuga di oltre 100mila abitanti. Migliaia i bambini che
hanno perso i genitori e che si sono improvvisamente ritrovati orfani
e senza tetto: un dramma nel dramma.
Una città fragile, in un ambiente ostile, ma che per secoli - a
partire dal’Impero Sasanide (224-637 d.C.) - ha costituito un importante
centro carovaniero, mentre le sue mura imponenti hanno protetto tesori,
culture, tradizioni e i focolari sacri del culto zoroastriano che qui
ebbe una delle sue roccaforti fino all’islamizzazione dell’intero
Iran. Successivamente, la città (una specie di oasi nel desolato
Dast-e-Kavir) si estese oltre la cinta muraria e si modernizzò,
senza perdere la prerogativa di centro commerciale, di pellegrinaggio
(questa volta alla tomba di un venerato mistico e astronomo musulmano,
Mirza Naiim), nonché strategico. Il suo declino, iniziato con l’invasione
afghana del 1722, si arrestò negli anni Cinquanta del secolo scorso,
con l’inizio dei lavori di restauro della Cittadella guardata da
28 imponenti torrioni, e il miglioramento delle vie di comunicazione che
portano al confine afghano e pakistano.
La solidarietà internazionale, alla quale ha partecipato anche
l’Italia, ha costituito un sicuro conforto per i sopravvisssuti
nei primi, drammatici giorni dopo il sisma; ci sono segnali che, con la
solidarietà internazionale, la ricostruzione potrà essere
una realtà nel giro di pochi anni. |