| Indonesia
Un gesuita ambasciatore di pace
La ripresa di azioni militari in diverse regioni del Paese ricche
di legname, oro, petrolio e gas naturale, provoca una decina di vittime
ogni giorno e l’Indonesia rischia di diventare teatro di un conflitto
violento sempre più esteso. Padre Ignatius Ismartono S.I., già
responsabile della Commissione per il dialogo religioso della Conferenza
episcopale indonesiana, è stato nominato coordinatore del Servizio
per le Crisi e la Riconciliazione: in questa veste visiterà le
aree colpite dal conflitto, incontrerà le autorità religiose
locali, riferendo direttamente ai vescovi. Un punto è chiaro
per padre Ismartono: lo scontro in corso non è un conflitto di
religioni, anche se i simboli religiosi sono utilizzati per manipolare
l’opinione pubblica. Ma chi ha interesse a provocare gli scontri?
«Non lo sappiamo», afferma, «perché non siamo
professionisti nel campo dell’investigazione. Ma siamo certi che
per i civili è impossibile organizzare questo tipo di azioni
violente». Interrogato sul ruolo della Commissione, risponde che
la sua missione è quella di costruire ponti per il dialogo con
persone di altre fedi religiose, in primis i musulmani che sono la maggioranza.
La Commissione collabora anche con alcune organizzazioni della società
civile, come la Conferenza indonesiana per la pace e la religione e
l’Istituto per il dialogo interreligioso. L’obiettivo è
quello di passare da un atteggiamento di esclusione a uno di inclusione,
dall’inclusione al pluralismo e dal pluralismo a una integrazione
aperta.
(Headlines)
Stati Uniti
Contro la scuola dei dittatori
Il 22 novembre, un centinaio di gesuiti (tra cui il Provinciale della
California) e circa 600 studenti provenienti da scuole e da università
della Compagnia si sono uniti a 10mila altre persone in una manifestazione
che si è svolta a Fort Benning, in Georgia, contro la School
of Americas (Soa), una base militare che per molti anni ha addestrato
i responsabili di omicidi e violazioni dei diritti umani in America
Latina durante i regimi dittatoriali. La protesta si svolge ogni anno
ed è organizzata da Soa Watch, un gruppo non violento, fondato
da un missionario di Maryknoll, padre Roy Bourgeois, che si impegna
da anni per la chiusura della scuola militare. La data della marcia
di protesta, il 16 novembre, ha coinciso con l’anniversario del
massacro dei gesuiti in El Salvador, uccisi da militari addestrati a
Fort Benning. Questa non è la prima volta che i gesuiti sono
stati coinvolti in simili azioni di pace. Nel 1998 Bill Bichsel S.I.
fu condannato a 18 mesi di carcere per essere riuscito a penetrare nella
Scuola durante una manifestazione di protesta. John Dear S.I. e Stephen
Kelly S.I., sono stati fermati dalla polizia durante altre dimostrazioni
di pace e recentemente, John Coleman S.I. è stato arrestato per
aver ostruito l’accesso al Palazzo federale di Los Angeles, in
segno di protesta contro la guerra in Iraq.
(Headlines)
Gran Bretagna
La Compagnia 200 anni dopo il ritorno
L’arcivescovo di Westminster, il cardinale Cormac Murphy O’Connor
ha elogiato il ruolo «unico» svolto dai gesuiti britannici
fin dai giorni della Controriforma.
Parlando in occasione delle celebrazioni per i 200 anni della restaurazione
della Provincia britannica della Compagnia di Gesù, l’arcivescovo
ha affermato che l’intera comunità cattolica dell’Inghilterra
e del Galles è grata ai gesuiti per il contributo dato all’evangelizzazione
del Paese.
Nella stessa occasione, il provinciale britannico, padre David Smolira
S.I., ha guardato indietro ai due secoli trascorsi dalla decisione di
Papa Pio VII di restaurare la Compagnia nel Paese, riflettendo sul lavoro
svolto al servizio della Chiesa e della Gran Bretagna, nelle scuole,
nelle parrocchie, nella direzione spirituale e tra i poveri.
(Jesuits in Europe www.jesuits-europe.org)
Spagna
Premiata un’indagine sulle migrazioni
L’Istituto per lo Studio sulle Migrazioni (Iem) della Pontificia
Università Comillas di Madrid, ha attribuito il V Premio sulle
Migrazioni, patrocinato dalla Compagnia di Gesù e intitolato
alla memoria di san José María Rubio S.I., a tre docenti
di Psicologia dell’Università del Paese Basco per l’indagine
«Adattamento degli immigrati stranieri in Spagna: superare lo
choc culturale». In un comunicato, i gesuiti della Provincia di
Toledo dichiarano di voler promuovere un cambiamento nel modo di avvicinarsi
alla realtà delle migrazioni, per cercare di capire oltre i dati
quantitativi, quali siano la realtà di vita e le opinioni degli
immigrati nel Paese di arrivo. Lo studio premiato mette in evidenza
che gli immigrati africani sono culturalmente i più lontani e
la loro integrazione risulta la più difficile. I latinoamericani
si trovano a metà e vengono percepiti come persone disponibili,
mentre più facile risulta l’integrazione per quanti provengono
dall’Europa centro-orientale. In questo caso conta la vicinanza
culturale, nonché una minore differenza socio-economica rispetto
alla società spagnola e un minor numero di pregiudizi.
Fondato nel 1994, l’Iem risponde ai problemi migratori attraverso
l’attività di ricerca, insegnamento e pubblicistica. Dal
1996, pubblica Migraciones, la prima rivista spagnola su questi temi.
Inoltre offre diplomi di specializzazione post-laurea su migrazioni
e aiuto umanitario e un programma di dottorato sulle migrazioni internazionali.
(IEM www3.upco.es/pagnew/iem)
Burundi
Una scuola per bambini sfollati
Dal 1997, il Servizio dei gesuiti per i rifugiati (Jrs) assiste la popolazione
sfollata nel distretto di Buterere, uno dei più poveri della
capitale del Burundi, Bujumbura. Oltre ad attività di assistenza
all’agricoltura, di animazione sociale e di sostegno psicologico,
il Jrs fornisce l’istruzione a 116 bambini provenienti dalle famiglie
più vulnerabili. Istituita nel 2000, la scuola intende quest’anno
aiutare i bambini a colmare i ritardi nella loro formazione per inserirsi
nel 2004 nel sistema scolastico nazionale. Sandrine, nove anni, vive
a tre chilometri da Buterere e ogni mattina prende una «bici-taxi»,
un mezzo molto comune nella zona, per recarsi a scuola. Hussein, 12
anni, proviene da una delle numerose famiglie musulmane di Buterere.
Durante il Ramadan non accetta le patatine che vengono distribuite ai
bambini. Janvier, 10 anni, invece dice chiaramente che gli piace ricevere
il pasto distribuito ogni giorno, perché gli fa dimenticare di
essere a scuola. «Essere in classe è un’esperienza
del tutto nuova per loro», afferma Carine Parent, direttore del
Centro del Jrs. «In passato non sono mai andati a scuola perché
i genitori non potevano permetterselo». Nel realizzare il progetto,
il Jrs ha dato priorità agli orfani e ai bambini della comunità
Batwa (pigmei), spesso emarginata nella società del Burundi.
Oggi 47 bambini appartenenti a questa comunità possono seguire
le lezioni. Il Jrs garantisce stipendio agli insegnanti e fornisce il
materiale scolastico.
Dieci anni di conflitti etnici in Burundi tra le forze armate dominate
dai tutsi e i gruppi ribelli hutu hanno provocato la morte di 300mila
persone, soprattutto civili, e la rovina dell’economia. Si stima
che mezzo milione di persone si siano rifugiate all’estero e 450mila
siano sfollate all’interno del Paese.
(Dispatches)
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