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 Ottobre 2004 - Cultura, culture - Musica e letteratura

Voci della cultura africana

 

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Griot, Memoria dell’Africa
I griot, i menestrelli africani, sono stati per secoli i depositari della cultura e della memoria dei loro popoli. L’avvento della globalizzazione, che ha causato un progressivo sgretolamento della società tradizionale, ha messo fortemente a rischio la trasmissione orale dell’identità di molti Paesi. Anche se alcuni giovani musicisti la stanno riscoprendo.


I griot sono i grandi cantastorie dell’Africa e solo alle loro narrazioni musicate è affidata la conservazione della memoria storica, nonché la trasmissione dei modelli culturali e sociali di ogni gruppo etnico.
Dal Mali al Niger, dal Burkina Faso al Senegal, alla Sierra Leone, il griot è un prezioso conservatore di fatti e tradizioni perdute nel tempo. È al contempo un insostituibile depositario di infinite pagine di storia, tramandata per generazioni, e un fine narratore che accompagna le sue performance con i più diversi e curiosi strumenti musicali.
Di questi griot si è detto che costituiscono un’autentica casta di «professionisti della memoria» che tramandano genealogie, e custodiscono archivi secolari, grazie a particolari tecniche mnemoniche apprese dai loro padri. Sono in grado di ricordare e trasmettere nel dettaglio nomi, date ed eventi, riuscendo a risalire fino al lignaggio da cui hanno preso origine le grandi dinastie africane del XIII secolo, a iniziare da Balla Fasseké Kouyaté, il primo griot della storia, fedele compagno del giovane principe Sundiata Keita, nonché depositario della memoria dell’antico impero mandingo del Mali. I fatti narrati tra il 1240 e il 1500 dalle caste che seguirono Balla Fasseké, corrispondono perfettamente a testimonianze che si possono leggere nei testi dei viaggiatori arabi o europei che visitarono l’Africa in epoca antica. Sebbene abbiano perso da tempo il ruolo originario di menestrelli, i griot moderni restano tuttavia uomini carismatici, sono saggi di cui la gente ha fiducia. Sono sostenuti da ricchi sovrani, potenti leader politici e capi di Stato e il loro prestigio è ugualmente forte, soprattutto presso le popolazioni rurali. Per la loro funzione sono infatti chiamati a partecipare a tutti gli avvenimenti e alle celebrazioni più autorevoli dal punto di vista sociale e politico: la loro presenza è infatti un elemento indispensabile in molte circostanze pubbliche - come nel caso dell’insediamento di funzionari e governanti - o in occasione di matrimoni, nascite e morti. Secondo la tradizione indigena, i griot sono i primi a poter accogliere tra le braccia un neonato, ma gli ultimi a poter toccare un cadavere prima della sepoltura.

La «parola» a rischio di estinzione
In bambara, una delle lingue principali del Mali, griot si dice jely. Dalla stessa radice semantica deriva il termine jeliya, che può essere tradotto come «umanità» e «nobiltà», ma al contempo sta a significare «colui che ha il dono della parola». Con la sua sacralità, quella che richiama la memoria delle origini, ogni griot riesce a trasmettere alle nuove generazioni il senso collettivo dell’identità e le immagini del tempo passato. Il grande prestigio e il ruolo quasi fiabesco rivestito da ogni griot nella società tradizionale ha indotto anche la cinematografia africana a rappresentare in importanti lungometraggi le storie quotidiane di questi personaggi. Il passaggio dall’oralità al cinema, dove i temi e i modi del racconto verbale vengono piegati e ridisegnati per adeguarsi ai nuovi codici espressivi della celluloide, hanno prodotto autentici capolavori. È il caso di Keïta! L’héritage du griot, il film del regista-cantastorie Dani Kouyaté prodotto nel 1994 in Burkina Faso. In esso vengono magistralmente rappresentati i racconti «magici» dell’anziano griot Deliba. L’esperienza conduce il protagonista a lasciare il villaggio per recarsi in città per iniziare il giovane Mabo alla conoscenza di sé attraverso la storia dei suoi antenati. La trama, che si ricollega alla storia mitica del re Sundiata Keita, propone spunti di riflessione specie sull’incompatibilità moderna tra la conoscenza tradizionale e il sapere istituzionale di tipo occidentale, imposto dalle scuole e dagli organi dell’istruzione fortemente globalizzanti.
Questo modello, su cui si costruisce la trama del lungometraggio, evidenzia la funzione di inculturazione che la parola possiede, ma che porta in sé un grande limite. Proprio l’oralità espone maggiormente la cultura africana agli attuali disarmonici squilibri del neocolonialismo economico e culturale, che rischiano di far perdere alle popolazioni tradizionali le conoscenze e la propria identità. Il timore di vedere svanire negli anni la memoria storica di un popolo ha indotto il grande filosofo e letterato peul del Mali, Amadou Hampâté Bâ, a lanciare un monito accorato in difesa della storia dei popoli dell’area saheliana: «Ogni griot che muore, per l’Africa, è una biblioteca che brucia». D’altro canto, il problema dell’estinzione degli anziani, custodi della tradizione, è amplificato dal rischio di un lento e progressivo spopolamento dei villaggi da parte di molti giovani, ai quali ormai sono affidati gli ultimi segreti delle antiche tradizioni griot. Per le nuove generazioni che risentono del richiamo delle grandi città, lasciare il villaggio in cerca di fortuna e denaro per portare il proprio talento narrativo e musicale alle feste o ai festival diventa un’esperienza che spesso sfocia in una prestigiosa professione.

Massimo Ruggero


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Beyala «Ponte» l’Occidente
Esce in Italia l’ultimo romanzo di Calixthe Beyala, scrittrice camerunese e una delle autrici più importanti di lingua francese al mondo. Un’interprete dell’Africa di oggi che si fa ponte fra il suo continente di origine e l’Europa che accoglie milioni di africani. La testimone d’eccezione di una integrazione difficile.

«Il francese è francofono, ma la francofonia non è francese», scrive Calixthe Beyala nell’epigrafe del suo ultimo romanzo, Gli onori perduti, pubblicato in Italia dalle Edizioni Epoché, una giovane casa editrice specializzata in letteratura africana.
Calixthe Beyala, una delle più brillanti interpreti della francofonia contemporanea, è nata a Douala, in Camerun, sesta di una famiglia di dodici figli. Ha trascorso la sua adolescenza in una bidonville della periferia della sua città, poi, a 17 anni lascia l’Africa per Parigi, dove fa la fioraia e l’indossatrice per pagarsi gli studi. Nel 1987, a ventitré anni, pubblica il suo primo romanzo, C’est le soleil qui m’as brûlée (È il sole che mi ha bruciata). Attualmente vive a Parigi con il marito e i due figli, ma trascorre una parte dell’anno in Camerun. È anche cofondatrice del «Comitato eguaglianza» che si batte in Francia per una migliore visibilità delle minoranze. Gli onori perduti è un romanzo importante, che ha venduto in Francia più di centomila copie, ma soprattutto che si è aggiudicato il «Grand Prix du Roman» dell’Académie Française ed è la prima volta che un riconoscimento simile viene dato a un autore di area francofona, ma non francese.
Protagonista del romanzo è Saida Bénérafa. La prima parte del libro racconta la sua vita nella bidonville chiamata Cuscus, uno di quegli ombelichi del mondo dove l’arte di arrangiarsi delle persone supera di gran lunga ogni immaginazione e dove la gente vive in abitazioni costruite con ciò che viene vomitato dalla civiltà. La seconda parte racconta l’arrivo della donna, cinquantenne, a Parigi, dove trova un lavoro come cameriera nel quartiere operaio di Belleville e dove conosce l’amore grazie all’incontro con un barbone, amabile e truculento. Un romanzo folgorante, un mirabile e disincantato affresco di quello che è l’Africa, una scrittura divertente come divertente è la sua autrice. «Da sempre lavoro per ridare forza alle donne africane - dichiara la Beyala -. L’Africa era un continente matriarcale ed è l’Islam a essere responsabile della sottomissione delle donne. Oggi l’Africa è un continente che si regge sulle donne, le donne sono gli ultimi bastioni di quello che resta dell’Africa. Con il mio ultimo libro ho voluto rendere loro un omaggio».

Lei è molto impegnata nel sociale, non solo in Francia, ma anche in Camerun. Di che cosa si occupa nel suo Paese d’origine?
Insisto molto sull’importanza dell’istruzione e della scolarizzazione dei bambini. Se i bambini sono ben istruiti cessano di essere «riproduttori» di miseria. Se un popolo ha una gioventù istruita e in buona salute allora è un popolo non privo di prospettive.
Il Camerun ha prospettive?
Nel Camerun di oggi assistiamo a grandi cambiamenti. Non è un Paese sviluppato, ma presenta un notevole dinamismo. È un caso particolare nel mosaico africano, perché in Camerun non ci sono guerre civili, non ci sono conflitti etnici, non c’è una dittatura, anche se non siamo ancora una democrazia come si intende in Occidente. C’è stabilità, ci sono grandi ricchezze, si lavora molto, c’è autosufficienza alimentare. I camerunesi non emigrano per fame o per sfuggire la povertà, ma per istruirsi, per studiare. In Francia la comunità del Camerun è formata da intellettuali e gli africani che lavorano e studiano nelle università americane ed europee sono per lo più camerunesi.

L’essere cresciuta in una bidonville condiziona il Suo modo di essere scrittrice?
È vero, ho abitato in una bidonville molto povera. Il passato è per me importante, non lo si può dimenticare come un mantello nei bagni di un ristorante. La mia non è la scrittura di una persona che proviene da un ambiente socialmente elevato. Le radici della mia scrittura sono in quell’esperienza della mia infanzia. Una scrittura «meticcia», che si nutre di tutte le culture presenti in Africa, di quella islamico-animista come di quella cristiano-animista. Un’identità non è qualcosa di fisso, ma muta in funzione degli incontri che facciamo, delle persone che possiamo conoscere, e delle esperienze che ci capita di vivere. Oggi non sono la stessa persona che ero da bambina e non sono neppure la stessa persona che arrivò dal Camerun a Parigi. Ma neppure allora ero un’«africana pura». Si tratta di una definizione falsa, dal momento che sin dal XIV secolo l’Africa è stata assalita e attraversata da altre culture.

Che importanza ha avuto l’aver frequentato il mondo della moda?
È stata un’esperienza che per me non ha avuto nessun significato e spesso i giornalisti tendono a dare troppa importanza a quella parte della mia vita. Ho fatto l’indossatrice quando ero studente per poter vivere a Parigi e pagarmi gli studi. Ma non sono mai stata una vera modella. Ho fatto anche altri mestieri, per esempio ho venduto fiori e ho fatto la cassiera in un supermercato. Fare la fioraia o fare una sfilata per me era esattamente la stessa cosa, un lavoro come un altro.

Perché Lei denuncia la scarsa visibilità dei neri in Francia, a cominciare dalla televisione?
Quando una società non trasmette che immagini di bianchi, significa che vuole che essa sia solo bianca. In Francia è un fatto incontestabile che quando si accende la tv non ci sono né neri né arabi né cinesi che fanno i giornalisti o i presentatori, contrariamente a quanto avviene nei Paesi anglosassoni. I neri sono visti tuttora come stranieri, nonostante alcuni siano francesi da più di 300 anni. Non c’è un nero o un arabo che occupi posizioni di rilievo. In Gran Bretagna ci sono neri alla Camera dei Lord, negli Usa troviamo Condoleeza Rice e Colin Powell nel Governo. In Francia le persone si mescolano, si incrociano, fanno bambini, mangiano e dormono insieme, ma l’amministrazione è chiusa. I neri possono solo fare i musicisti, i calciatori o gli spacciatori.

Emanuele Rebuffini




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