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 Dicembre 2004 - Eco dei gesuiti

In India
Le gemme di Mumbai

Un’associazione fondata e diretta dai gesuiti, grazie alla generosa disponibilità di alcune coppie offre un tetto e soprattutto il calore di una famiglia a centinaia di bambini di strada della megalopoli indiana. Recuperando il valore inestimabile di vite che sembravano perse.

«Le strade di Mumbai non sono certo lastricate d’oro, ma se si osserva con attenzione si possono trovare gemme sparse negli angoli più bui, sotto i ponti o sulle banchine delle stazioni ferroviarie. Scoprire e dissotterrare ognuna di queste gemme, facendo venire alla luce il loro vero valore, è il lavoro quotidiano di Snehasadan, e siamo felici di avere trovato in questi anni oltre 20mila pietre preziose: non sono tutti diamanti purissimi, ma ognuna di esse, a suo modo, ha un valore incalcolabile». È tutta qui, in questa metafora riportata sul dépliant di presentazione dell’associazione Snehasadan, il senso profondo del lavoro portato avanti da 42 anni da alcuni gesuiti e laici di Mumbai.
«In hindi il nostro nome significa “casa dell’amore” - spiega padre Florence Fernandez S.I., che dirige l’associazione - perché crediamo fermamente che ai bambini che vivono in strada serve anzitutto l’amore vissuto in un ambiente domestico, l’amore di una famiglia, proprio per loro che una famiglia o non l’hanno mai avuta o vi hanno trovato solo violenza e rifiuto. Non volevamo creare l’ennesimo istituto per minori abbandonati, ma tanti piccoli focolari domestici. Accanto a questo ovviamente si pensa ai bisogni di base: il cibo, la salute, l’istruzione».
Obiettivi tutt’altro che scontati in un Paese come l’India e in una megalopoli come Mumbai (12 milioni di abitanti), dove ogni giorno arrivano circa duemila persone inseguendo sogni che il più delle volte rimarranno tali. Molti di loro sono bambini o adolescenti in fuga da altre miserie: la mancanza di prospettiva delle aree rurali, le ricorrenti calamità naturali, situazioni familiari difficili. Il primo contatto con gli operatori di Snehasadan avviene proprio nelle stazioni ferroviarie: quella di Andheri, non lontano dalla sede dell’associazione, o nella centrale Victoria Station, due veri formicai umani, un concentrato di povertà e di drammi personali.
«Nel 1962 il fondatore, padre Richard Frances, cominciò ad accogliere i bambini in una stanza di 3 metri per 5 - continua p. Fernandez -, poi iniziò la collaborazione con coniugi volontari che accettarono di prendere con loro i ragazzi. Oggi ci sono 16 case, 11 con maschi e 5 con femmine, per un totale di 300 bambini. Una delle case è gestita da gesuiti, una da religiose, le altre da coppie di sposi: ognuna si occupa di 15-20 bambini, oltre che dei propri figli. Un numero impensabile per voi occidentali, ma non in India. C’è da dire che non si tratta in realtà di un affido o di una adozione legalmente riconosciute, i ragazzi possono andarsene quando vogliono, ma il 95% rimane. Naturalmente viene chiesto loro di collaborare nei lavori domestici, si preparano i propri pasti e i più grandi si prendono cura dei piccoli, proprio come succede in una famiglia. Terminata la scuola primaria viene loro data la possibilità, se si dimostrano capaci e motivati, di proseguire gli studi; altrimenti li si avvia a una scuola professionale. Quando trovano un lavoro lasciano la famiglia che li ospita e vanno a vivere insieme a coetanei. Viene loro proposto un programma di risparmio gestito così che non disperdano tutto quello che guadagnano e quando hanno i soldi sufficienti li si aiuta ad acquistare la casa».
Si tratta dunque di un processo che segue da vicino tutte le tappe della crescita umana e professionale, dall’infanzia all’età adulta. E che a volte non finisce mai, come spiega p. Fernandez: «Quattro delle coppie attuali sono formate da ex-bambini di strada conosciutisi a Snehasadan: una volta sposati, ricordando la loro esperienza, hanno deciso di aprirsi all’ospitalità. In generale i “genitori” non sono operatori specializzati, ma semplicemente persone con il cuore grande; e nemmeno, come si potrebbe immaginare, particolarmente benestanti: due coppie vivono negli slum, ma l’amore che sanno dare ai bambini è sufficiente per ridare loro la voglia di vivere». I risultati, per quanto difficili da contabilizzare, sembrano dare ragione a p. Fernandez: tra i 20mila bambini che sono passati da Snehasadan si contano insegnanti, infermieri, impiegati, diversi laureati e qualcuno che ha anche conseguito un master; alcuni hanno trovato lavoro negli Usa o in Gran Bretagna.
Non poteva mancare, infine, nella filosofia ispiratrice di Snehasadan, un messaggio di tolleranza e di fratellanza spirituale, così necessario nell’India di oggi, ferita dal fondamentalismo: «Fin dall’inizio sono state accolte persone di ogni credo e di ogni casta, e le stesse famiglie ospitanti sono di religioni diverse: cristiani, musulmani, hindu. Ai bambini cerchiamo di dare forti valori spirituali, senza però imporre a priori nessuna religione».
Migliaia di gemme sono state raccolte a Snehasadan, ma molte altre sono ancora sparse per le strade di Mumbai. La caccia al tesoro continua.


Stefano Femminis




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