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«Le strade di Mumbai non sono certo lastricate
d’oro, ma se si osserva con attenzione si possono trovare gemme
sparse negli angoli più bui, sotto i ponti o sulle banchine delle
stazioni ferroviarie. Scoprire e dissotterrare ognuna di queste gemme,
facendo venire alla luce il loro vero valore, è il lavoro quotidiano
di Snehasadan, e siamo felici di avere trovato in questi anni oltre
20mila pietre preziose: non sono tutti diamanti purissimi, ma ognuna
di esse, a suo modo, ha un valore incalcolabile». È tutta
qui, in questa metafora riportata sul dépliant di presentazione
dell’associazione Snehasadan, il senso profondo del lavoro portato
avanti da 42 anni da alcuni gesuiti e laici di Mumbai.
«In hindi il nostro nome significa “casa dell’amore”
- spiega padre Florence Fernandez S.I., che dirige l’associazione
- perché crediamo fermamente che ai bambini che vivono in strada
serve anzitutto l’amore vissuto in un ambiente domestico, l’amore
di una famiglia, proprio per loro che una famiglia o non l’hanno
mai avuta o vi hanno trovato solo violenza e rifiuto. Non volevamo creare
l’ennesimo istituto per minori abbandonati, ma tanti piccoli focolari
domestici. Accanto a questo ovviamente si pensa ai bisogni di base:
il cibo, la salute, l’istruzione».
Obiettivi tutt’altro che scontati in un Paese come l’India
e in una megalopoli come Mumbai (12 milioni di abitanti), dove ogni
giorno arrivano circa duemila persone inseguendo sogni che il più
delle volte rimarranno tali. Molti di loro sono bambini o adolescenti
in fuga da altre miserie: la mancanza di prospettiva delle aree rurali,
le ricorrenti calamità naturali, situazioni familiari difficili.
Il primo contatto con gli operatori di Snehasadan avviene proprio nelle
stazioni ferroviarie: quella di Andheri, non lontano dalla sede dell’associazione,
o nella centrale Victoria Station, due veri formicai umani, un concentrato
di povertà e di drammi personali.
«Nel 1962 il fondatore, padre Richard Frances, cominciò
ad accogliere i bambini in una stanza di 3 metri per 5 - continua p.
Fernandez -, poi iniziò la collaborazione con coniugi volontari
che accettarono di prendere con loro i ragazzi. Oggi ci sono 16 case,
11 con maschi e 5 con femmine, per un totale di 300 bambini. Una delle
case è gestita da gesuiti, una da religiose, le altre da coppie
di sposi: ognuna si occupa di 15-20 bambini, oltre che dei propri figli.
Un numero impensabile per voi occidentali, ma non in India. C’è
da dire che non si tratta in realtà di un affido o di una adozione
legalmente riconosciute, i ragazzi possono andarsene quando vogliono,
ma il 95% rimane. Naturalmente viene chiesto loro di collaborare nei
lavori domestici, si preparano i propri pasti e i più grandi
si prendono cura dei piccoli, proprio come succede in una famiglia.
Terminata la scuola primaria viene loro data la possibilità,
se si dimostrano capaci e motivati, di proseguire gli studi; altrimenti
li si avvia a una scuola professionale. Quando trovano un lavoro lasciano
la famiglia che li ospita e vanno a vivere insieme a coetanei. Viene
loro proposto un programma di risparmio gestito così che non
disperdano tutto quello che guadagnano e quando hanno i soldi sufficienti
li si aiuta ad acquistare la casa».
Si tratta dunque di un processo che segue da vicino tutte le tappe della
crescita umana e professionale, dall’infanzia all’età
adulta. E che a volte non finisce mai, come spiega p. Fernandez: «Quattro
delle coppie attuali sono formate da ex-bambini di strada conosciutisi
a Snehasadan: una volta sposati, ricordando la loro esperienza, hanno
deciso di aprirsi all’ospitalità. In generale i “genitori”
non sono operatori specializzati, ma semplicemente persone con il cuore
grande; e nemmeno, come si potrebbe immaginare, particolarmente benestanti:
due coppie vivono negli slum, ma l’amore che sanno dare ai bambini
è sufficiente per ridare loro la voglia di vivere». I risultati,
per quanto difficili da contabilizzare, sembrano dare ragione a p. Fernandez:
tra i 20mila bambini che sono passati da Snehasadan si contano insegnanti,
infermieri, impiegati, diversi laureati e qualcuno che ha anche conseguito
un master; alcuni hanno trovato lavoro negli Usa o in Gran Bretagna.
Non poteva mancare, infine, nella filosofia ispiratrice di Snehasadan,
un messaggio di tolleranza e di fratellanza spirituale, così
necessario nell’India di oggi, ferita dal fondamentalismo: «Fin
dall’inizio sono state accolte persone di ogni credo e di ogni
casta, e le stesse famiglie ospitanti sono di religioni diverse: cristiani,
musulmani, hindu. Ai bambini cerchiamo di dare forti valori spirituali,
senza però imporre a priori nessuna religione».
Migliaia di gemme sono state raccolte a Snehasadan, ma molte altre sono
ancora sparse per le strade di Mumbai. La caccia al tesoro continua.
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