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  Dicembre 2004 - Editoriale

Andiamo a Betlemme


«Vi annunzio una grande gioia: è nato per voi il Salvatore». L’angelo comunicò così la nascita di Gesù ai pastori «che vegliavano di notte, facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2, 8 ss). Essi ne ricevettero l’annunzio, Lui però non lo videro. Infatti, per vedere Gesù, non basta sapere che è nato; bisogna cercarlo: «Andiamo a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15). Andarono e trovarono un bambino, avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia. Era Gesù.
Oggi, molti presumono di conoscerlo, solo perché a Natale si ricordano che è nato. Distratti, lasciano che a risvegliarne la memoria siano gli addobbi luminosi delle strade o lo stormo delle campane a mezzanotte. Ma Lui non lo vedono… Per incontrarlo, occorre infatti «andare a Betlemme». Per noi non è un viaggio lungo. La grotta è vicina, vicinissima. Bastano uno sguardo di fede e un gesto d’amore, e scopriremo Gesù accanto a noi. Come i pastori, lo vedremo nei piccoli, avvolto in fasce, nelle mangiatoie del nostro tempo. Sono i segni inconfondibili di Betlemme.

I piccoli
I bambini sono i più piccoli tra i piccoli. Hanno bisogno di tutto. Non sanno nemmeno parlare, camminare, comprendere. Essi mostrano, meglio di ogni discorso, che «figlio» è colui che dipende totalmente dall’amore dei genitori. Gesù, per rivelarci che è «il Figlio» unigenito del Padre, si è fatto figlio dell’uomo. Bambino. Il Natale anticipa nei fatti ciò che un giorno Gesù avrebbe detto con le parole: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3). Natale, dunque, è la festa di tutti i «bambini»: dei piccoli che si aprono alla vita sulla Terra e dei «bambini» già maturi per il Cielo. «Andare a Betlemme», dunque, vuol dire vedere Dio nei piccoli e nelle piccole cose; ma anche nei grandi ritornati bambini e bisognosi di tutto. Egli si manifesta nella debolezza.

Le fasce
Il nostro è un Dio nascosto, velato, fasciato. Le fasce di oggi non sono quelle con cui Maria aveva avvolto il Bambino nella grotta. Sono gli stracci dei poveri, le bende e le garze degli ammalati, la carrozzella e le stampelle degli handicappati, il grembiule delle donne di pulizia, la tuta degli operai, le divise dei soldati in guerra. «Andare a Betlemme», dunque, vuol dire non arrestarsi di fronte alle ferite «fasciate» dell’umanità. Gesù è il Redentore. Le bende del giorno di Natale le rivedremo «per terra», insieme al sudario piegato a parte, nel giorno della risurrezione (Gv, 20, 6 s).

Le mangiatoie
La mangiatoia non l’ha voluta Gesù. Vi è stato obbligato dalla non accoglienza. Giuseppe e Maria avevano provato a bussare a una locanda, ma «non c’era posto per loro» (Lc 2,7). Così Gesù è divenuto il primo dei senza tetto, il primo dei senza permesso di soggiorno. «Andare a Betlemme» significa non cercarlo nei palazzi del potere, ma nelle moderne mangiatoie: nei campi di raccolta dei profughi, tra gli immigrati, negli ospizi per anziani abbandonati, tra i figli di nessuno.
Ecco l’annunzio di Natale: Dio si è fatto povero, non perché sulla Terra vi fosse un povero in più, ma perché i poveri non lo fossero più. Ci dona la vita divina, ci fa come Lui. Non basta, però, sapere che è così. Occorre andare a Betlemme.



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