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«Vi annunzio una grande gioia: è nato per voi il Salvatore».
L’angelo comunicò così la nascita di Gesù
ai pastori «che vegliavano di notte, facendo la guardia al loro
gregge» (Lc 2, 8 ss). Essi ne ricevettero l’annunzio,
Lui però non lo videro. Infatti, per vedere Gesù, non
basta sapere che è nato; bisogna cercarlo: «Andiamo a Betlemme,
vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere»
(Lc 2,15). Andarono e trovarono un bambino, avvolto in fasce,
deposto in una mangiatoia. Era Gesù.
Oggi, molti presumono di conoscerlo, solo perché a Natale si
ricordano che è nato. Distratti, lasciano che a risvegliarne
la memoria siano gli addobbi luminosi delle strade o lo stormo delle
campane a mezzanotte. Ma Lui non lo vedono… Per incontrarlo, occorre
infatti «andare a Betlemme». Per noi non è un viaggio
lungo. La grotta è vicina, vicinissima. Bastano uno sguardo di
fede e un gesto d’amore, e scopriremo Gesù accanto a noi.
Come i pastori, lo vedremo nei piccoli, avvolto in fasce, nelle mangiatoie
del nostro tempo. Sono i segni inconfondibili di Betlemme.
I piccoli
I bambini sono i più piccoli tra i piccoli. Hanno bisogno di
tutto. Non sanno nemmeno parlare, camminare, comprendere. Essi mostrano,
meglio di ogni discorso, che «figlio» è colui che
dipende totalmente dall’amore dei genitori. Gesù, per rivelarci
che è «il Figlio» unigenito del Padre, si è
fatto figlio dell’uomo. Bambino. Il Natale anticipa nei fatti
ciò che un giorno Gesù avrebbe detto con le parole: «Se
non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»
(Mt 18, 3). Natale, dunque, è la festa di tutti i «bambini»:
dei piccoli che si aprono alla vita sulla Terra e dei «bambini»
già maturi per il Cielo. «Andare a Betlemme», dunque,
vuol dire vedere Dio nei piccoli e nelle piccole cose; ma anche nei
grandi ritornati bambini e bisognosi di tutto. Egli si manifesta nella
debolezza.
Le fasce
Il nostro è un Dio nascosto, velato, fasciato. Le fasce di oggi
non sono quelle con cui Maria aveva avvolto il Bambino nella grotta.
Sono gli stracci dei poveri, le bende e le garze degli ammalati, la
carrozzella e le stampelle degli handicappati, il grembiule delle donne
di pulizia, la tuta degli operai, le divise dei soldati in guerra. «Andare
a Betlemme», dunque, vuol dire non arrestarsi di fronte alle ferite
«fasciate» dell’umanità. Gesù è
il Redentore. Le bende del giorno di Natale le rivedremo «per
terra», insieme al sudario piegato a parte, nel giorno della risurrezione
(Gv, 20, 6 s).
Le mangiatoie
La mangiatoia non l’ha voluta Gesù. Vi è stato obbligato
dalla non accoglienza. Giuseppe e Maria avevano provato a bussare a
una locanda, ma «non c’era posto per loro» (Lc
2,7). Così Gesù è divenuto il primo dei senza
tetto, il primo dei senza permesso di soggiorno. «Andare a Betlemme»
significa non cercarlo nei palazzi del potere, ma nelle moderne mangiatoie:
nei campi di raccolta dei profughi, tra gli immigrati, negli ospizi
per anziani abbandonati, tra i figli di nessuno.
Ecco l’annunzio di Natale: Dio si è fatto povero, non perché
sulla Terra vi fosse un povero in più, ma perché i poveri
non lo fossero più. Ci dona la vita divina, ci fa come Lui. Non
basta, però, sapere che è così. Occorre andare
a Betlemme.
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