Qual è il suo giudizio sulla globalizzazione dell’economia
oggi?
Oggi l’economia si occupa del mondo intero. Ma noi constatiamo che
esiste una grande violenza nell’azione economica. Viviamo in un
mondo segnato dalle disuguaglianze. La violenza dell’economia colpisce
le donne povere dei Paesi del Sud del mondo, priva i bambini poveri della
loro infanzia, uccide chi non ha una vaccinazione o i sieropositivi, impedisce
la loro formazione scolastica. Per evitare questa violenza si sono spesso
raggiunti «armistizi» sulle spalle delle generazioni future,
creando deficit finanziari o compromettendo lo stato dell’ambiente.
La crescita economica, i problemi sociali e i problemi ambientali formano
una troika spesso in conflitto.
Il neoliberismo duro e puro afferma che occorre creare un’economia
efficiente e il «sociale» verrà di conseguenza. Ma
è necessario creare una circolarità tra l’efficacia
della crescita economica, l’efficacia della redistribuzione sociale
e la tutela dell’ambiente. Occorre riconoscere che la coesione sociale
è un prerequisito tanto necessario all’economia quanto questa
lo è alla coesione sociale.
Quali sono le azioni necessarie?
Occorre passare da questa situazione di violenza dell’economia
a una autentica «fraternità», partendo da alcune
iniziative concrete: mantenere le parola data e gli impegni assunti;
creare dei partenariati, in particolare con l’Africa; affrontare
il problema della riforma delle istituzioni mondiali. Per sradicare
la povertà occorre dare l’iniziativa in mano ai Paesi poveri,
stabilendo un partenariato in cui la responsabilità è
paritaria e non un rapporto di assistenza regolato dall’azione
del donatore. Elementi indispensabili di questo nuovo rapporto devono
essere la promozione della pace, la facilitazione delle esportazioni
e gli aiuti finanziari promessi.
La Gran Bretagna, che presiederà il G8 nel 2005, intende
impegnarsi per assegnare i fondi promessi ai Paesi in via di sviluppo.
La proposta di Blair è molto semplice. Certo, non risolverà
tutti i problemi dell’Africa, ma è preziosa perché
permetterà di mettere a disposizione dell’Africa risorse
in breve tempo. Se questo denaro viene destinato in maniera trasparente
agli «Obiettivi del millennio» (lottare contro la povertà,
sviluppare l’istruzione dei più giovani, ridurre la mortalità
infantile, combattere l’Aids, preservare l’ambiente), allora
aiuteremo l’Africa stessa a prendere in mano questi problemi.
Il meccanismo proposto consiste in questo: i Paesi del G8 si sono impegnati
a dare ai Paesi poveri 0,70% del Pil. In questo momento (e non parlo
dell’Italia che dà molto di meno) il mio Paese, la Francia,
dà circa lo 0,40% del Pil in aiuti. Dunque, ogni anno noi «rubiamo»
all’Africa lo 0,30%. Questo meccanismo ci permetterà di
avere questo 0,30%, di aggiungerlo allo 0,40% e di spenderlo immediatamente.
Si tratta di cifre davvero importanti perché se si applica il
meccanismo, troviamo 50 miliardi di dollari in più con cui possiamo
fare molte cose. Al momento solo la Francia e l’Italia hanno dichiarato
di volere aderire. L’obiettivo è assicurare che l’insieme
dei Paesi del G8, compresa la Russia, accetti.
Visto l’aggravarsi della situazione di povertà in molti
Paesi, le istituzioni finanziarie internazionali sono all’altezza
delle sfide o non richiedono piuttosto una profonda riforma?
Quello che si è fatto finora, con gli strumenti che abbiamo,
l’Onu, le istituzioni di Bretton Woods e tutte le forme di cooperazione
bilaterale, non è cosa da disprezzare. Questo ha probabilmente
impedito che una crisi finanziaria come quella che ha colpito l’Asia
orientale nel 1997 non degenerasse in una crisi sistematica più
grande. Ma non basta. È necessario innanzitutto che in ogni partenariato
si crei una struttura leggera di dialogo dove le parti possano esprimersi
in tutta franchezza sulle modalità del partenariato stesso.
Uno dei primi problemi che bisogna affrontare è quello della
«responsabilità politica» delle istituzioni internazionali,
che troppo spesso sono viste come tecnocrazie irresponsabili, mentre
ogni giorno si vedono affidare responsabilità sempre più
importanti e, di fatto, hanno orientamenti che derivano in ultima istanza
dai Governi. Una piccola riforma consisterebbe nel trasformare il Comitato
interinale del Fmi - dove siedono i ministri - in un vero comitato decisionale
e non più solamente consultivo. Questo metterebbe le responsabilità
là dove in effetti si trovano.
Un’altra proposta consiste, ad esempio ogni due anni, nell’allargare
il G8 a una riunione dei Capi di Stato e di Governo dei 24 Paesi rappresentati
al Consiglio d’amministrazione del Fmi e della Banca Mondiale,
con la partecipazione dei dirigenti delle principali organizzazioni
mondiali a partire dall’Onu. Questo permetterebbe di operare un
coordinamento delle strategie affidate a queste organizzazioni e servirebbe
a stabilire un legame più forte fra queste istituzioni e i rappresentanti
più legittimi della comunità mondiale e, in particolare,
del mondo in via di sviluppo. Ogni Paese ormai ha conquistato la sua
sovranità e davanti ai problemi globali deve partecipare attivamente
alla gestione del «villaggio globale»: è una condizione
per il suo buon funzionamento. Si impone uno sforzo di immaginazione
per definire istituzioni che servano meglio il bene comune mondiale.
Perciò le istituzioni nate nel 1944 a Bretton Woods hanno oggi
bisogni dei necessari correttivi.
Al processo di globalizzazione dell’economia non ha fatto
seguito un adeguato processo di «globalizzazione della cittadinanza».
Questo è il fondo del problema: esiste un deficit di cittadinanza
mondiale. Non siamo stati al passo rispetto all’evoluzione rapida
nel campo dell’economia, della finanza e dell’informazione.
Deve nascere una nuova cittadinanza che non significa un vago cosmopolitismo,
ma un’autentica cittadinanza ricca di tutte le appartenenze riconciliate.
L’esigenza della solidarietà mondiale non si limita al
sacrificio del superfluo, ciò che è in causa è
la protezione di ciò che è già acquisito, di certi
stili di vita, dei modelli di consumo, delle strutture di potere che
reggono le nostre società. Il cambiamento richiesto da un vero
sviluppo umano nei Paesi del Sud abbisogna di trasformazioni radicali
che non significano distruggere il tessuto sociale, ma, come afferma
l’enciclica Centesimus Annus, orientarlo in funzione di una giusta
concezione del bene comune dell’intera famiglia umana.
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