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 Gennaio 2005 - Dossier: Più democrazia nell’economia del mondo

Dossier:
Più democrazia nell’economia del mondo
Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio. Le tre grandi istituzioni che hanno accompagnato lo sviluppo della globalizzazione negli ultimi anni sono da tempo oggetto di forti critiche da parte di chi subisce squilibri e ingiustizie e reclama più democrazia nelle scelte economiche che incidono sulla vita dei poveri.

La povertà nel mondo continua drammaticamente ad aumentare, nonostante importanti Paesi, soprattutto in Asia, abbiano intrapreso una fase di sviluppo rapido. In quarant’anni il rapporto fra il 20% dell’umanità più ricco e il 20% più povero è passato da 30 a 1 e 73 a 1.
I Paesi dell’Africa sub-sahariana sono più poveri che negli anni ’70.
Se l’Onu sembra incapace di fronteggiare le sfide della pace, le grandi istituzioni finanziarie internazionali hanno dimostrato di non essere abbastanza efficaci per fermare questo processo di divaricazione fra ricchi e poveri. Nel Sud del mondo cresce il risentimento verso il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che, insieme alla Banca Mondiale (Bm), è in grado di imporre condizioni ai Governi per la concessione dei propri prestiti, richiedendo aggiustamenti strutturali come la liberalizzazione dei capitali, ampie privatizzazioni e tagli alla spesa sociale che spesso sono a danno dei più deboli.
Nata come banca per la ricostruzione e lo sviluppo delle economie in rovina dopo la seconda guerra mondiale, la Banca Mondiale nei decenni si è via via occupata dei Paesi più poveri del pianeta, finanziando innumerevoli progetti, ad esempio nel campo agricolo, dell’energia e delle infrastrutture. Anche il Fondo monetario ha modificato i suoi compiti. Non ha più la funzione di regolare attraverso i suoi finanziamenti un sistema di cambi fissi fra le monete (come fu fino agli inizi degli anni ’70), ma contribuisce alla gestione - più problematica - di un sistema di fluttuazione controllata. Le crisi valutarie degli ultimi anni - Messico (1995), Sud-Est asiatico (1997), Russia (1998), Argentina (2001) - hanno visto il Fmi in prima linea. In questo sistema di cambi flessibili, il Fmi è passato a occuparsi maggiormente delle politiche commerciali dei Paesi membri, svolgendo un’attività di monitoraggio e «sorveglianza». L’assistenza finanziaria ai Paesi viene accordata solo in cambio di riforme da parte dei Governi, cosa che conferisce al Fmi un grande potere di influenza. Benché vengano chiamate «consigli», le sue prescrizioni lasciano poche possibilità di scelta a molti Paesi in via di sviluppo. Bm e Fmi lavorano in stretta collaborazione e insieme subiscono forti critiche sulla mancanza di trasparenza e di democrazia del loro sistema decisionale.
Anche con la liberalizzazione dei commerci, il cui motore è l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc, in inglese Wto), si promuove una globalizzazione segnata da forti squilibri. Nata nel 1995 a compimento di un processo di gestione del commercio mondiale iniziato nel 1948 con l’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (Gatt), anche l’Omc è duramente contestata da molti Paesi poveri e da organizzazioni della società civile in tutto il mondo, perché in essa i Paesi ricchi si muovono da posizioni di forza di fronte ai Paesi poveri. L’Omc è la sola organizzazione internazionale le cui decisioni sono vincolanti. È in grado perciò di assegnare alle regole commerciali un valore supremo, anche a scapito dei diritti dell’uomo, della protezione sociale e dell’ambiente.
In molti Paesi in via di sviluppo, gli interventi di questi organismi hanno conseguenze profonde che incidono sul rispetto dei diritti civili e sulla capacità di dare un reale fondamento ai diritti economici, sociali e culturali, specialmente nel campo della salute, dell’istruzione e della sicurezza sociale.
Chi e in che modo definisce i piani strutturali di aggiustamento che dovrebbero sanare le economie dei Paesi poveri per consentirne lo sviluppo? Chi e in che modo detta le regole del commercio mondiale? Sono domande di fondo poiché quando le scelte ricadono sulla vita di milioni di persone, le decisioni richiedono di essere assunte con la più ampia partecipazione possibile.




Camdessus
Fratellanza e globalizzazione della cittadinanza
Michel Camdessus, economista di fama mondiale, è stato governatore della Banca di Francia e, dal 1987 al 2000, direttore del Fondo Monetario Internazionale. Oggi, come membro del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, è un consigliere della Santa Sede per gli affari economici.

Qual è il suo giudizio sulla globalizzazione dell’economia oggi?
Oggi l’economia si occupa del mondo intero. Ma noi constatiamo che esiste una grande violenza nell’azione economica. Viviamo in un mondo segnato dalle disuguaglianze. La violenza dell’economia colpisce le donne povere dei Paesi del Sud del mondo, priva i bambini poveri della loro infanzia, uccide chi non ha una vaccinazione o i sieropositivi, impedisce la loro formazione scolastica. Per evitare questa violenza si sono spesso raggiunti «armistizi» sulle spalle delle generazioni future, creando deficit finanziari o compromettendo lo stato dell’ambiente. La crescita economica, i problemi sociali e i problemi ambientali formano una troika spesso in conflitto.
Il neoliberismo duro e puro afferma che occorre creare un’economia efficiente e il «sociale» verrà di conseguenza. Ma è necessario creare una circolarità tra l’efficacia della crescita economica, l’efficacia della redistribuzione sociale e la tutela dell’ambiente. Occorre riconoscere che la coesione sociale è un prerequisito tanto necessario all’economia quanto questa lo è alla coesione sociale.

Quali sono le azioni necessarie?
Occorre passare da questa situazione di violenza dell’economia a una autentica «fraternità», partendo da alcune iniziative concrete: mantenere le parola data e gli impegni assunti; creare dei partenariati, in particolare con l’Africa; affrontare il problema della riforma delle istituzioni mondiali. Per sradicare la povertà occorre dare l’iniziativa in mano ai Paesi poveri, stabilendo un partenariato in cui la responsabilità è paritaria e non un rapporto di assistenza regolato dall’azione del donatore. Elementi indispensabili di questo nuovo rapporto devono essere la promozione della pace, la facilitazione delle esportazioni e gli aiuti finanziari promessi.

La Gran Bretagna, che presiederà il G8 nel 2005, intende impegnarsi per assegnare i fondi promessi ai Paesi in via di sviluppo.
La proposta di Blair è molto semplice. Certo, non risolverà tutti i problemi dell’Africa, ma è preziosa perché permetterà di mettere a disposizione dell’Africa risorse in breve tempo. Se questo denaro viene destinato in maniera trasparente agli «Obiettivi del millennio» (lottare contro la povertà, sviluppare l’istruzione dei più giovani, ridurre la mortalità infantile, combattere l’Aids, preservare l’ambiente), allora aiuteremo l’Africa stessa a prendere in mano questi problemi.
Il meccanismo proposto consiste in questo: i Paesi del G8 si sono impegnati a dare ai Paesi poveri 0,70% del Pil. In questo momento (e non parlo dell’Italia che dà molto di meno) il mio Paese, la Francia, dà circa lo 0,40% del Pil in aiuti. Dunque, ogni anno noi «rubiamo» all’Africa lo 0,30%. Questo meccanismo ci permetterà di avere questo 0,30%, di aggiungerlo allo 0,40% e di spenderlo immediatamente. Si tratta di cifre davvero importanti perché se si applica il meccanismo, troviamo 50 miliardi di dollari in più con cui possiamo fare molte cose. Al momento solo la Francia e l’Italia hanno dichiarato di volere aderire. L’obiettivo è assicurare che l’insieme dei Paesi del G8, compresa la Russia, accetti.

Visto l’aggravarsi della situazione di povertà in molti Paesi, le istituzioni finanziarie internazionali sono all’altezza delle sfide o non richiedono piuttosto una profonda riforma?
Quello che si è fatto finora, con gli strumenti che abbiamo, l’Onu, le istituzioni di Bretton Woods e tutte le forme di cooperazione bilaterale, non è cosa da disprezzare. Questo ha probabilmente impedito che una crisi finanziaria come quella che ha colpito l’Asia orientale nel 1997 non degenerasse in una crisi sistematica più grande. Ma non basta. È necessario innanzitutto che in ogni partenariato si crei una struttura leggera di dialogo dove le parti possano esprimersi in tutta franchezza sulle modalità del partenariato stesso.
Uno dei primi problemi che bisogna affrontare è quello della «responsabilità politica» delle istituzioni internazionali, che troppo spesso sono viste come tecnocrazie irresponsabili, mentre ogni giorno si vedono affidare responsabilità sempre più importanti e, di fatto, hanno orientamenti che derivano in ultima istanza dai Governi. Una piccola riforma consisterebbe nel trasformare il Comitato interinale del Fmi - dove siedono i ministri - in un vero comitato decisionale e non più solamente consultivo. Questo metterebbe le responsabilità là dove in effetti si trovano.
Un’altra proposta consiste, ad esempio ogni due anni, nell’allargare il G8 a una riunione dei Capi di Stato e di Governo dei 24 Paesi rappresentati al Consiglio d’amministrazione del Fmi e della Banca Mondiale, con la partecipazione dei dirigenti delle principali organizzazioni mondiali a partire dall’Onu. Questo permetterebbe di operare un coordinamento delle strategie affidate a queste organizzazioni e servirebbe a stabilire un legame più forte fra queste istituzioni e i rappresentanti più legittimi della comunità mondiale e, in particolare, del mondo in via di sviluppo. Ogni Paese ormai ha conquistato la sua sovranità e davanti ai problemi globali deve partecipare attivamente alla gestione del «villaggio globale»: è una condizione per il suo buon funzionamento. Si impone uno sforzo di immaginazione per definire istituzioni che servano meglio il bene comune mondiale. Perciò le istituzioni nate nel 1944 a Bretton Woods hanno oggi bisogni dei necessari correttivi.

Al processo di globalizzazione dell’economia non ha fatto seguito un adeguato processo di «globalizzazione della cittadinanza».
Questo è il fondo del problema: esiste un deficit di cittadinanza mondiale. Non siamo stati al passo rispetto all’evoluzione rapida nel campo dell’economia, della finanza e dell’informazione. Deve nascere una nuova cittadinanza che non significa un vago cosmopolitismo, ma un’autentica cittadinanza ricca di tutte le appartenenze riconciliate.
L’esigenza della solidarietà mondiale non si limita al sacrificio del superfluo, ciò che è in causa è la protezione di ciò che è già acquisito, di certi stili di vita, dei modelli di consumo, delle strutture di potere che reggono le nostre società. Il cambiamento richiesto da un vero sviluppo umano nei Paesi del Sud abbisogna di trasformazioni radicali che non significano distruggere il tessuto sociale, ma, come afferma l’enciclica Centesimus Annus, orientarlo in funzione di una giusta concezione del bene comune dell’intera famiglia umana.


Francesco Pistocchini




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