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 Gennaio 2005 - Dossier: Più democrazia nell’economia del mondo

Banca Mondiale/1
Riforma necessaria e urgente
La «Campagna per la riforma della Banca Mondiale», avviata nel 1996 con il sostegno di decine di Ong italiane, lavora per una democratizzazione e una riforma profonda delle istituzioni finanziarie internazionali, con particolare attenzione agli impatti ambientali, sociali, di sviluppo e sui diritti umani, che hanno gli investimenti pubblici e privati dal Nord verso il Sud del mondo.

Il 1° luglio 1944, con largo anticipo sulla fine della seconda guerra mondiale, i rappresentanti dei 45 Governi alleati si riunirono a Bretton Woods (New Hampshire, Usa), per discutere dei possibili assetti economici globali post-bellici. La conferenza si concluse con la nascita della Banca Mondiale (Bm) e del Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Forse nessuno allora avrebbe immaginato che dopo 60 anni il mondo si sarebbe trovato di fronte a una guerra globale permanente e a problemi finanziari simili a quelli che avevano condotto alla crisi del 1929. Né avrebbe ipotizzato di doversi interrogare nuovamente se ci fosse bisogno di istituzioni globali (e di quale tipo) per evitare nuove crisi finanziarie e porre rimedio al dramma dello sviluppo sul pianeta.
È allora che iniziò il dominio americano che ha segnato la seconda metà del Novecento, fino ad arrivare ai nostri giorni, poiché a Bretton Woods si optò per un mondo stabile finanziariamente, centrato sulla parità dollaro-oro, ma così strettamente legato all’economia americana che, quando nel 1971 il presidente Usa Richard Nixon decise di rompere la parità, l’intero sistema monetario fu sconvolto senza che nessuno potesse obiettare.
Con quel passaggio si gettarono le basi per la globalizzazione iniqua che viviamo oggi, centrata su una finanziarizzazione esasperata dell’economia (cioè un predominio delle imprese finanziarie sulle altre e delle logiche finanziarie nella gestione stessa delle imprese), fonte di sciagure e promesse mancate di sviluppo, invece che di una redistribuzione delle ricchezze su scala globale in base ai limiti che ci impone il pianeta.

Il peso degli aggiustamenti strutturali
Gli aggiustamenti strutturali del sistema di Bretton Woods, pensati all’inizio degli anni ’80 per risolvere in maniera definitiva l’incapacità del Sud del mondo di ripagare il debito finanziario spesso illegittimo verso il Nord, hanno portato solo più miseria. Privatizzazioni di enti pubblici, liberalizzazioni del mercato dei capitali, tagli indiscriminati alle spese sociali perché considerate improduttive e produzioni concentrate su pochi beni destinati all’esportazione, per ottenere così moneta pregiata per ripagare il debito, non hanno permesso, specialmente ai Paesi più poveri, di avere uno Stato sociale e un sistema di raccolta del risparmio nazionale a sostegno dell’economia nazionale. Con l’ulteriore effetto che, all’occorrenza, non si sono potuti proteggere i propri mercati e prodotti dall’ingerenza delle multinazionali e degli investitori stranieri.
Oggi siamo arrivati al punto che Bm e Fmi vivono essi stessi una profonda crisi di legittimità dopo l’apice del proprio dominio negli anni ’80, coinciso con l’affermazione a tutto campo della dottrina neoliberista imposta da Bm e Fmi in accordo con il Ministero del Tesoro Usa, ovvero il cosiddetto «Consenso di Washington». Le crisi finanziarie del Sud-Est asiatico nel 1997-1998 hanno messo sul banco degli imputati senza possibilità di appello il Fondo Monetario, reo di aver creduto fino al compimento della sciagura che la liberalizzazione totale del mercato dei capitali a livello internazionale fosse l’unica via da seguire.

Una opposizione sempre più estesa
A differenza del Fmi, sin dagli anni ’80 la Banca Mondiale è finita nell’occhio del ciclone grazie alle critiche e alle lotte nazionali e globali della società civile, a partire dalle azioni non-violente degli attivisti della valle del fiume Narmada in India, segnata dalle disastrose dighe finanziate proprio dalla Bm. Come reazione, la Bm ha cercato di cambiare, espandendo a dismisura il proprio campo di azione, pur di non accettare apertamente il fallimento economico e di sviluppo dei suoi interventi passati. All’inizio degli anni ’90, essa ha accettato la necessità di dotarsi di un minimo di linee-guida ambientali e sociali per i propri interventi, ma questo cambiamento non ha però toccato il cuore economico della Banca. Analogamente con l’esercizio delle strategie di riduzione della povertà a livello nazionale la Banca ha accettato il principio che spetta anche ai Governi del Sud fissare le priorità del proprio sviluppo in consultazione con la società civile, ma non ha rinunciato a svolgere un ruolo politico alquanto controverso tramite l’imposizione di nuove condizioni centrate sul concetto quanto mai soggettivo di «buon governo». Da quale pulpito viene la predica, visto che Bm e Fmi rimangono le istituzioni internazionali meno democratiche e legittime a causa del sistema di governo interno basato sul principio «un dollaro-un voto», con gli Usa che, oscillando tra il 15 e il 20% delle quote, hanno un vero diritto di veto sulle questioni cruciali, inclusi i cambiamenti allo statuto delle due istituzioni.

Segni di svolta
Oggi però, dopo la battuta d’arresto segnata dall’Omc a Cancún nel 2003, che ha visto per la prima volta dopo decenni il Sud del mondo dire no al diktat del Nord, l’intera agenda dello sviluppo e dello squilibrio Nord-Sud è tornata finalmente politica e al centro del dibattito internazionale. È impossibile pensare che Bm e Fmi contribuiscano a combattere la povertà promovendo uno sviluppo sostenibile e la stabilità finanziaria, se il loro sistema di governo interno e le relazioni con il sistema dell’Onu e con la stessa Omc non sono prima rivisti nell’ottica di una profonda democratizzazione e subordinazione ai principi della Carta e del diritto delle Nazioni Unite. Di fronte all’attuale atteggiamento statunitense, il cambiamento non può che arrivare dall’Europa, che potrebbe cedere parte del suo potere all’interno delle due istituzioni al Sud del mondo, creando così un importante precedente per una riforma complessiva del sistema economico globale.
Siamo in un contesto in cui il dramma del debito dei Paesi in via di sviluppo è ancora lontano da una soluzione e le iniziative promosse da Bm e Fmi a riguardo negli ultimi dieci anni non hanno permesso di invertire il flusso finanziario globale che, proprio in ragione del debito, continua clamorosamente a essere dal Sud verso il Nord del mondo. Non resta che aspettare che la rinascita politica ed economica di diversi Paesi del Sud arrivi al punto di promuovere una coalizione di Governi influenti che si rifiutino di pagare, come ha fatto l’Argentina, cambiando così le relazioni di potere nelle istituzioni. Quando si arriva a 60 anni si dovrebbe essere abbastanza saggi da ascoltare chi da più parti (piazze, università, parlamenti e alcune capitali) chiede un vero rinnovamento, altrimenti a breve non sarà più possibile organizzare una nuova conferenza di Bretton Woods perché i conflitti potrebbero aver preso il sopravvento sull’agenda politica.


Antonio Tricarico
Campagna per la riforma della Banca Mondiale
www.crbm.org




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