| Quali sono i risultati più recenti che la
Banca Mondiale (Bm) può vantare nella riduzione della povertà?
Dalla seconda metà degli anni Novanta sono state attuate iniziative
che hanno aiutato diversi Paesi a ridurre la povertà: ad esempio
la riduzione del debito per i Paesi più poveri (Hipc, Heavily
Indebted Poor Country), l’approccio partecipativo alla preparazione
delle strategie di riduzione della povertà (Prsp, Poverty Reduction
Strategy Papers), i finanziamenti per l’educazione elementare
(Efa, Education for All) e per la prevenzione e lotta all’Hiv/Aids.
Se si guarda agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Osm), stabiliti
nel 2000, si riscontrano fallimenti e ritardi. In questo, quanta parte
di responsabilità hanno la Bm e altre istituzioni finanziarie
internazionali come il Fmi?
Occorre essere più precisi: gli Osm relativi a povertà,
educazione, parità tra i sessi, salute, accesso all’acqua
saranno in larga parte raggiunti da buona parte dei Paesi dell’Asia
dell’Est. Nell’ex-Unione Sovietica e in Sudamerica si sono
fatti progressi sugli indicatori di sviluppo umano, e la povertà
misurata in base ai consumi è diminuita significativamente in
Asia del Sud. Quindi non è giusto parlare «soprattutto»
di fallimenti e ritardi. Resta il dramma umano dell’Africa. Qui
le politiche sostenute dalla Bm non hanno portato ai risultati sperati
per ragioni complesse: politiche sbagliate, mancanza di rappresentatività,
corruzione, condizioni esterne sfavorevoli.
Alcuni Uffici della Bm pubblicano spesso Rapporti molto critici
sugli squilibri mondiali, in particolare sui risultati delle politiche
neoliberiste. Questo non è un po’ paradossale visto che,
almeno agli occhi della gente comune, la Bm fa parte integrante di quel
«sistema» che sembra voler criticare?
C’è molta disinformazione su quello che fa la Bm. È
molto facile incolpare la Bm, l’Fmi, l’Omc e le politiche
neoliberiste di tutti i mali del mondo. La povertà esiste perché
esistono enormi squilibri di ricchezza e potere, che noi tutti in misura
maggiore o minore contribuiamo a sostenere in quanto cittadini e consumatori
nei Paesi ricchi. È però vero che la Bm deve mostrare
maggiore consapevolezza dei meccanismi di potere locali, nazionali,
globali all’interno dei quali opera, per evitare che siano solo
le élite a beneficiare dei progetti e delle politiche di sviluppo.
Non pensa che sia anzitutto il concetto di sviluppo, basato prevalentemente
sulle idee di produzione e consumo, che debba essere problematizzato?
Vorrei sottolineare che il concetto di sviluppo che la Bm propone dà
importanza allo sviluppo delle potenzialità degli individui e
delle comunità, in maniera integrata, e nel rispetto dell’ambiente
e delle culture. Per fare un esempio, le regole sul rispetto dell’ambiente
e delle culture cui devono sottostare i progetti finanziati dalla Bm
sono in generale molto più restrittive di quelle in vigore in
Italia.
Personalmente, credo che il modello che domina nei Paesi ricchi dia
un valore eccessivo al consumo di beni materiali e che sia fondamentale
una riflessione critica sui valori che dominano nella nostra società.
Ma questa problematizzazione deve partire da noi. È immorale
parlare di limitare il consumo a chi non ha da mangiare, ai bambini
che si dividono un libro di testo in 50, alle donne che partoriscono
e muoiono in casa perché l’ospedale più vicino è
a un giorno di cammino…
Per quella che è la Sua esperienza personale e professionale,
qual è lo spazio per il confronto dialettico che si respira nella
Bm? Meglio ancora, qual è la «libertà di movimento»
di cui questa istituzione gode rispetto ai «poteri forti»
dell’economia e della politica?
Sono due domande distinte. Dialettica e spazio per il confronto non
mancano affatto. Quanto alla libertà di movimento rispetto ai
«poteri forti» la risposta è complessa. I progetti
della Bm vengono approvati dal Board of Directors, dove siedono i rappresentanti
dei 184 Paesi membri (con potere di voto corrispondente alle quote versate,
il che vuol dire che i Paesi ricchi hanno la maggioranza). La Bm ha
libertà di movimento finché la maggioranza dei membri
del Board of Directors ne appoggia le decisioni. I finanziamenti a tasso
agevolato per i Paesi più poveri (i fondi «Ida»)
sono forniti dai Paesi ricchi, che chiedono in cambio una serie di cose:
trasparenza, rispetto dei diritti delle donne, rispetto per l’ambiente
e così via. Gli Stati Uniti hanno ovviamente un peso superiore
a quello di ogni altro Paese, così come in altri contesti, ma
il Dipartimento del Tesoro americano non detta legge. Alcuni anni fa
gli Usa decisero di non contribuire ai fondi Ida per varie ragioni,
ma gli altri Paesi lo fecero e le attività continuarono.
Chi sceglie (o nomina) il presidente della Bm?
Secondo un accordo informale gli Stati Uniti hanno il potere di nominare
il presidente della Bm, mentre quelli europei nominano il capo del Fondo
Monetario; in entrambi i casi sarebbero preferibili processi più
trasparenti e più aperti al dibattito.
Infine una domanda personale, che può interessare soprattutto
i giovani: come si arriva a lavorare alla Bm? Con quali requisiti, sacrifici
e soddisfazioni?
Ci si arriva in vari modi, a seconda dell’esperienza. Esistono
alcuni programmi per giovani, come le summer internships per studenti
e il programma «Junior Professional Associate» per persone
che hanno completato un master o equivalente. La concorrenza è
molto forte, ma le possibilità esistono, soprattutto per chi
ha un po’ di esperienza in Paesi in via di sviluppo (ottenuta
anche tramite volontariato). Più che conoscenze ci vogliono impegno
e spirito di iniziativa.
Per approfondire:
www.worldbank.org
www.developmentgoals.org
www.worldbank.org/wdr2006
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