| Le Filippine sono uno dei Paesi dove maggiore è
stato l’impatto socio-economico delle politiche dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio (Omc/Wto). Qual è oggi la situazione?
Penso che il Wto non sia bene accetto, perché la nostra adesione
a questo organismo ha avuto un impatto negativo ed è avvenuta
nonostante una forte opposizione della società civile, che la
riteneva disastrosa. I critici sottolineavano in particolare che la
nostra agricoltura si sarebbe trovata ad affrontare una grave crisi
dovuta all’abbassamento delle nostre barriere doganali e all’apertura
a importazioni a buon mercato, soprattutto di prodotti agricoli europei
e nordamericani e così è stato. Al punto che l’attuale
presidente, Gloria Macapagal-Arroyo, a più riprese si è
espressa in termini non favorevoli al Wto.
Il «Gruppo dei 20», del quale le Filippine è tra
i fondatori, che include anche Brasile, Cina, India e Sudafrica, si
oppone alle forti sovvenzioni dei prodotti agricoli in Europa e Usa.
C’è stato un pragmatico riconoscimento da parte dei nostri
funzionari che l’agricoltura governata dal Wto ha avuto conseguenze
fortemente negative anche su di noi.
Con l’elezione di Gloria Macapagal-Arroyo lo scorso maggio,
c’è stata una svolta?
No, e non credo che l’attuale amministrazione porterà le
Filippine fuori dal Wto. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea continueranno
a invadere i nostri mercati con i loro beni e a cercare di cambiare
il nostro clima intellettuale. Anzi, lo hanno già cambiato. Cercano
di utilizzare le regole sulla proprietà intellettuale del Wto
per controllare maggiormente la nostra capacità di sviluppare
tecnologia e per scoraggiare quelle industrie locali filippine che potrebbero
competere con i loro prodotti.
Io penso che il problema con la nostra amministrazione sia che le sue
iniziative sono proiettate sul breve periodo, che le strategie rispetto
al Wto e alle altre agenzie multilaterali non sono ben ponderate e cosi
non possono che dare risposte approssimative alle necessità del
Paese.
In questo modo continueremo a fare parte del Wto, continueremo a essere
imprigionati nei suoi paradigmi e a ridurci a risposte troppo settoriali.
Perché, ci piaccia o no, l’amministrazione è allineata
sulle posizioni del Wto, nonostante si sia messa a volte in contrasto
con esso sul rialzo delle tariffe di numerosi prodotti, come conseguenza
di un compromesso politico con le industrie locali che sono state letteralmente
massacrate dall’apertura dei mercati. Così, invece di una
politica complessiva meditata, orientata allo sviluppo, ci riduciamo
a rispondere alle azioni del Wto e del Fondo Monetario Internazionale
o agli effetti dannosi di accordi bilaterali con attori potenti come
Stati Uniti e Unione Europea.
Come può la società civile reagire a questo stato
di cose?
Io penso che la società civile non stia semplicemente aspettando
le mosse del Governo, ma cerchi invece (qui come in altri Paesi) di
proporre paradigmi di sviluppo alternativi. Una delle cose che stiamo
cercando di portare avanti è l’allontanamento da una crescita
orientata all’esportazione, verso strategie che rendano il mercato
interno il vero motore dello sviluppo. In secondo luogo, proponiamo
una forte redistribuzione del reddito e della proprietà, al fine
di creare consumatori che, disponendo di un certo benessere, possano
sostenere il processo di sviluppo.
Una riforma socio-economica è necessaria allo sviluppo e per
far progredire il settore industriale nelle Filippine, perché,
a meno che non ci sia un concreto potere d’acquisto delle masse,
non si può avere crescita industriale.
Terzo, stiamo spingendo per politiche strategiche. Lo sviluppo dovrebbe
venire prima di tutto, bisogna rendere più stabile la nostra
struttura industriale, occorre rinvigorire l’agricoltura, le politiche
commerciali dovrebbero essere subordinate alle strategie che costruiscono
la nostra economica e non il contrario. Perché, al contrario,
come è sempre stato, lo sviluppo è stato subordinato al
libero commercio.
Quarto punto, noi poniamo l’accento sullo sviluppo sostenibile.
A causa della crisi ecologica avviata dall’attività senza
regole di multinazionali e di altre aziende, abbiamo davvero bisogno
di adottare politiche ecologicamente sostenibili e questo significa,
tra l’altro, ristrutturare la nostra agricoltura.
Non c’è il rischio che, se le vostre strategie dovessero
avere successo, le Filippine si ritrovino isolate?
È vero. Infatti noi vogliamo che il nostro sviluppo avvenga all’interno
di un contesto regionale. Oggi, in una situazione di predominio economico
di Usa, Ue e Cina, le nazioni minori trovano molto difficile svilupparsi
al di fuori di organismi regionali. Nel nostro caso si tratterebbe di
favorire la crescita dell’Asean (Associazione delle nazioni dell’Asia
sudorientale), in modo che i Paesi membri riescano a coordinare le loro
politiche in campo agricolo, nei servizi, nell’ambiente e nel
lavoro, per agire in modo più efficace e avere più capacità
negoziale di fronte ai grandi blocchi.
Per ultimo, auspichiamo una trasformazione del sistema di governo globale
all’interno di una economia globale. Fondamentalmente, stiamo
cercando di indebolire e ridurre i poteri del Fondo Monetario Internazionale,
della Banca Mondiale e del Wto, che sono davvero gli strumenti chiave
di un governo globale ma che, sfortunatamente, servono gli interessi
del Nord del mondo. Cerchiamo di ridurre i loro poteri e di espandere
l’efficacia di altre istituzioni o iniziative come il sistema
di sviluppo dell’Onu, gli accordi multilaterali sull’ambiente
e le organizzazioni internazionali dei lavoratori. Qui come all’estero
siamo parte di un dibattito nelle società civili su come ristrutturare
le nostre economie in un tempo in cui la globalizzazione ha fallito
e le istituzioni della globalizzazione hanno mancato i loro scopi in
termini di crescita, sviluppo sostenibile, lotta alla povertà
e riduzione delle disuguaglianze. I vecchi paradigmi dello sviluppo
sono in crisi ma, sfortunatamente, il nostro Governo e molti dei nostri
tecnocrati e dei nostri economisti, pensano ancora come nel passato;
privilegiando gli interessi locali e particolari rispetto a quelli globali.
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