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 Gennaio 2005 - Dossier: Più democrazia nell’economia del mondo

Il «caso Filippine»
Un Paese reso fragile dalla globalizzazione
Walden Bello è docente di sociologia e amministrazione pubblica presso l’Università delle Filippine a Quezon City (una delle municipalità di Manila) ed è uno dei maggiori critici della globalizzazione in Asia. È anche direttore esecutivo di Focus on the Global South, un’organizzazione di ricerca e azione che si occupa di questioni economiche, politiche, ambientali riguardanti il continente asiatico.

Le Filippine sono uno dei Paesi dove maggiore è stato l’impatto socio-economico delle politiche dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc/Wto). Qual è oggi la situazione?
Penso che il Wto non sia bene accetto, perché la nostra adesione a questo organismo ha avuto un impatto negativo ed è avvenuta nonostante una forte opposizione della società civile, che la riteneva disastrosa. I critici sottolineavano in particolare che la nostra agricoltura si sarebbe trovata ad affrontare una grave crisi dovuta all’abbassamento delle nostre barriere doganali e all’apertura a importazioni a buon mercato, soprattutto di prodotti agricoli europei e nordamericani e così è stato. Al punto che l’attuale presidente, Gloria Macapagal-Arroyo, a più riprese si è espressa in termini non favorevoli al Wto.
Il «Gruppo dei 20», del quale le Filippine è tra i fondatori, che include anche Brasile, Cina, India e Sudafrica, si oppone alle forti sovvenzioni dei prodotti agricoli in Europa e Usa. C’è stato un pragmatico riconoscimento da parte dei nostri funzionari che l’agricoltura governata dal Wto ha avuto conseguenze fortemente negative anche su di noi.

Con l’elezione di Gloria Macapagal-Arroyo lo scorso maggio, c’è stata una svolta?
No, e non credo che l’attuale amministrazione porterà le Filippine fuori dal Wto. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea continueranno a invadere i nostri mercati con i loro beni e a cercare di cambiare il nostro clima intellettuale. Anzi, lo hanno già cambiato. Cercano di utilizzare le regole sulla proprietà intellettuale del Wto per controllare maggiormente la nostra capacità di sviluppare tecnologia e per scoraggiare quelle industrie locali filippine che potrebbero competere con i loro prodotti.
Io penso che il problema con la nostra amministrazione sia che le sue iniziative sono proiettate sul breve periodo, che le strategie rispetto al Wto e alle altre agenzie multilaterali non sono ben ponderate e cosi non possono che dare risposte approssimative alle necessità del Paese.
In questo modo continueremo a fare parte del Wto, continueremo a essere imprigionati nei suoi paradigmi e a ridurci a risposte troppo settoriali. Perché, ci piaccia o no, l’amministrazione è allineata sulle posizioni del Wto, nonostante si sia messa a volte in contrasto con esso sul rialzo delle tariffe di numerosi prodotti, come conseguenza di un compromesso politico con le industrie locali che sono state letteralmente massacrate dall’apertura dei mercati. Così, invece di una politica complessiva meditata, orientata allo sviluppo, ci riduciamo a rispondere alle azioni del Wto e del Fondo Monetario Internazionale o agli effetti dannosi di accordi bilaterali con attori potenti come Stati Uniti e Unione Europea.

Come può la società civile reagire a questo stato di cose?
Io penso che la società civile non stia semplicemente aspettando le mosse del Governo, ma cerchi invece (qui come in altri Paesi) di proporre paradigmi di sviluppo alternativi. Una delle cose che stiamo cercando di portare avanti è l’allontanamento da una crescita orientata all’esportazione, verso strategie che rendano il mercato interno il vero motore dello sviluppo. In secondo luogo, proponiamo una forte redistribuzione del reddito e della proprietà, al fine di creare consumatori che, disponendo di un certo benessere, possano sostenere il processo di sviluppo.
Una riforma socio-economica è necessaria allo sviluppo e per far progredire il settore industriale nelle Filippine, perché, a meno che non ci sia un concreto potere d’acquisto delle masse, non si può avere crescita industriale.
Terzo, stiamo spingendo per politiche strategiche. Lo sviluppo dovrebbe venire prima di tutto, bisogna rendere più stabile la nostra struttura industriale, occorre rinvigorire l’agricoltura, le politiche commerciali dovrebbero essere subordinate alle strategie che costruiscono la nostra economica e non il contrario. Perché, al contrario, come è sempre stato, lo sviluppo è stato subordinato al libero commercio.
Quarto punto, noi poniamo l’accento sullo sviluppo sostenibile. A causa della crisi ecologica avviata dall’attività senza regole di multinazionali e di altre aziende, abbiamo davvero bisogno di adottare politiche ecologicamente sostenibili e questo significa, tra l’altro, ristrutturare la nostra agricoltura.

Non c’è il rischio che, se le vostre strategie dovessero avere successo, le Filippine si ritrovino isolate?
È vero. Infatti noi vogliamo che il nostro sviluppo avvenga all’interno di un contesto regionale. Oggi, in una situazione di predominio economico di Usa, Ue e Cina, le nazioni minori trovano molto difficile svilupparsi al di fuori di organismi regionali. Nel nostro caso si tratterebbe di favorire la crescita dell’Asean (Associazione delle nazioni dell’Asia sudorientale), in modo che i Paesi membri riescano a coordinare le loro politiche in campo agricolo, nei servizi, nell’ambiente e nel lavoro, per agire in modo più efficace e avere più capacità negoziale di fronte ai grandi blocchi.
Per ultimo, auspichiamo una trasformazione del sistema di governo globale all’interno di una economia globale. Fondamentalmente, stiamo cercando di indebolire e ridurre i poteri del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del Wto, che sono davvero gli strumenti chiave di un governo globale ma che, sfortunatamente, servono gli interessi del Nord del mondo. Cerchiamo di ridurre i loro poteri e di espandere l’efficacia di altre istituzioni o iniziative come il sistema di sviluppo dell’Onu, gli accordi multilaterali sull’ambiente e le organizzazioni internazionali dei lavoratori. Qui come all’estero siamo parte di un dibattito nelle società civili su come ristrutturare le nostre economie in un tempo in cui la globalizzazione ha fallito e le istituzioni della globalizzazione hanno mancato i loro scopi in termini di crescita, sviluppo sostenibile, lotta alla povertà e riduzione delle disuguaglianze. I vecchi paradigmi dello sviluppo sono in crisi ma, sfortunatamente, il nostro Governo e molti dei nostri tecnocrati e dei nostri economisti, pensano ancora come nel passato; privilegiando gli interessi locali e particolari rispetto a quelli globali.


Sonny Evangelista





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