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 Gennaio 2005 - Il mondo, i popoli

Si apre il 90° anniversario
Popoli «Come eravamo»
La nostra rivista compie 90 anni. Questo articolo e altre iniziative che seguiranno nel corso del 2005, non potranno che confermare la sua vocazione di pubblicazione radicata nella storia della missione, della Chiesa e della Compagnia di Gesù.
Insieme alla necessità e alla capacità di evolversi e di crescere per essere davvero strumento d’informazione, comunicazione e promozione umana.

Esattamente dieci anni fa, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Popoli, scrivevo che, nonostante gli anni, la rivista era ancora giovane perché aveva saputo adattarsi all’evoluzione dei tempi e tenere il passo con le esigenze dei lettori. Credo che lo stesso si possa dire oggi al compimento dei novant’anni.
Fare la storia di una rivista non è cosa facile perché bisognerebbe riuscire a penetrare nella mente non solo del fondatore, ma anche dei successivi direttori che le hanno dato un’impronta nel corso degli anni. Qui tenterò di dare brevemente uno sguardo alla storia, riprendendo quanto già dicevo nell’editoriale di dieci anni fa, analizzando poi meglio gli anni in cui ne ho avuto la responsabilità come direttore, cioè gli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

Un po’ di storia
Popoli comincia il suo cammino alla fine del 1914 quando, a Venezia, il padre Giuseppe Petazzi avvia la pubblicazione de Le Missioni della Compagnia di Gesù. Eravamo all’inizio della prima guerra mondiale e il direttore non mancò di sottolineare questo particolare nell’introduzione al primo numero, uscito poco prima di Natale: «Mentre tutti gli animi sono rattristati dalla fosca visione della guerra che strazia l’Europa, fa la sua prima comparsa questo periodico che si propone di dipingere davanti agli sguardi dei suoi lettori le meravigliose conquiste di Colui che fu salutato dal profeta Isaia come Principe della Pace». Bisogna dire che fu un atto di notevole coraggio dare vita a una nuova rivista in una situazione così difficile come quella di allora.
Scopo della rivista era «narrare e promuovere la grande opera delle Missioni», con particolare riferimento all’attività missionaria dei gesuiti. Intento del fondatore non era solo di informare, ma anche di formare una più profonda coscienza cristiana nei lettori, la cui fede, si legge ancora nell’editoriale con lo stile un po’ retorico dell’epoca, «si sentirà rianimata contemplando la potenza meravigliosa della Chiesa cattolica che va dilatando sempre più in mezzo ai popoli le pacifiche sue conquiste. I loro cuori esulteranno nell’intendere come da ogni parte della terra, anche dalle regioni sperdute nei ghiacciai dei poli o nelle vergini foreste, si scioglie un inno festoso che fa eco al canto degli angeli sulla grotta di Betlemme».
Una data particolarmente significativa è il 1954, quando dal formato «quaderno» si passa a uno più grande, simile a quello attuale, con la stampa in rotocalco e abbondanza di fotografie, anche se ancora solo in bianco e nero. Entriamo decisamente nell’era delle immagini. Il titolo viene leggermente semplificato in Missioni della Compagnia di Gesù, che vuole essere, come si legge nell’editoriale del numero di gennaio di quell’anno, «una rivista agile, attiva, moderna, quali sono le doti dei pionieri di Cristo, invitante e coraggiosa come chi ha un cuore generoso e un messaggio da comunicare».
Una nuova tappa ancora più significativa si ha nel 1970, quando inizia la collaborazione tra i gesuiti italiani e la direzione italiana delle Pontificie Opere Missionarie. Nasce Popoli e Missioni: il maggior numero di lettori e, quindi, una maggiore disponibilità economica, permettono l’uso delle foto in colore e una veste tipografica di prima qualità che la fa emergere nel panorama della stampa missionaria italiana. La nuova rivista allarga anche i suoi obiettivi e si propone come oggetto l’attività missionaria di interesse generale e rispecchia, con un’apertura universale, tutto il mondo dell’evangelizzazione.
Nel 1986 le Pontificie Opere Missionarie italiane decidono di dare nuovamente inizio a una loro rivista specifica e così, a partire dal gennaio 1987, inizia per noi una nuova fase, quella attuale di Popoli. Cambia la testata, ma rimangono le finalità che potremmo sintetizzare in alcuni aspetti caratterizzanti.
1. L’accento sui valori culturali e religiosi dei popoli del mondo: portare il lettore, attraverso gli articoli, ma soprattutto attraverso le immagini, alla scoperta del fratello. Di qui l’ampio spazio riservato agli usi, costumi, tradizioni, folklore di altri continenti, non per stuzzicare la curiosità, ma per conoscere l’uomo con il suo ricco patrimonio, nascosto talvolta dietro apparenze per noi strane e a prima vista incomprensibili. Il Concilio Vaticano II è stato di guida in questo lavoro: «come Cristo scrutò il cuore degli uomini e li portò alla luce divina attraverso un colloquio veramente umano, così i suoi discepoli, profondamente animati dallo Spirito di Cristo, devono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono e improntare le relazioni con essi a un dialogo sincero e paziente, affinché conoscano quali ricchezze Dio ha dato a popoli» (Ad Gentes, 11).
2. Un’attenzione particolare all’inculturazione del Vangelo nelle varie aree del mondo. Basta sfogliare la rivista per cogliere questo aspetto: dalla Messa in rito zairese ai vari servizi su la Bibbia dei popoli, tanto per citare due esempi.
3. Non meno importante l’aspetto ecumenico della missione, con una rubrica
specifica portata avanti per quasi quarant’anni dal padre Nereo Venturini, sottolineando di mese in mese gli aspetti più interessanti del cammino ecumenico e del dialogo fra le Chiese.

Anni Settanta, l’apertura
Su questo sfondo generale vorrei dare adesso uno sguardo più personale agli oltre vent’anni in cui sono stato direttore.
Più sopra ho ricordato la collaborazione con le Pontificie Opere Missionarie. Ma negli anni Settanta ci sono stati anche altri momenti di grande apertura.
La nostra rivista è stata uno dei soci fondatori della Fesmi, la Federazione della Stampa Missionaria Italiana, nel marzo 1975. L’Italia è sempre stata molto ricca di riviste missionarie o di bollettini con le esperienze di vita missionaria delle singole congregazioni religiose. L’idea della loro federazione è scaturita dal desiderio di un’azione più efficace sul pubblico. La Fesmi, pur rispettando l’identità di ciascuna rivista, voleva essere un luogo di confronto delle idee, un organismo che si presentasse al pubblico, anche quello meno addetto ai lavori, con alcune linee fondamentali, diventare il luogo di prese di posizioni in cui tutte le riviste si riconoscessero. Nacquero così, di tanto in tanto, gli «editoriali» comuni su problemi di attualità ecclesiale o anche politica in senso largo. Oggi la Federazione raccoglie una quarantina di testate.
Fin dall’inizio la Federazione della Stampa Missionaria si aprì all’Ucip, l’Unione Cattolica Internazionale della Stampa, con sede a Ginevra, nominando un suo rappresentante. Per tanti anni è stato il direttore di Popoli a portare la voce e l’eco delle problematiche missionarie italiane all’Unione. Dalle riunioni del Consiglio o dai congressi internazionali giungevano alle riviste associate articoli, osservazioni, sollecitazioni a una sempre maggiore apertura ai problemi mondiali.

Anni Ottanta-Novanta: l’utopia
Si dice che un po’ di utopia aiuta l’uomo a vivere. Devo dire che negli anni Ottanta la mia utopia guardava lontano: a una rivista missionaria comune dei gesuiti europei, una rivista in varie edizioni, con gli stessi articoli e le stesse fotografie, anche se con un certo numero di pagine proprie a ciascuna nazione.
Il primo passo fu la costituzione dell’Euromissio, un servizio di coordinamento dei gesuiti europei impegnati nel settore della stampa missionaria. Nato nell’aprile 1989 a Milano, nel corso di un incontro organizzato dalla rivista Popoli con altre riviste simili in Europa, dirette dai gesuiti, si proponeva «di stimolare la collaborazione, lo scambio di articoli e di fotografie, di discutere problemi di interesse comune, per un’animazione missionaria più efficace e su più larga scala».
A questo seguirono altri incontri. Nel 1992 furono approfonditi, con l’aiuto di esperti, due temi di grande attualità in quel momento: La stampa missionaria di fronte al mondo dei rifugiati in Europa e I problemi umani, sociali e religiosi legati alla presenza massiccia dei musulmani nei Paesi europei. L’attenzione si concentrò sul contributo specifico che la nostra stampa poteva apportare in questi settori. Vennero sottolineate l’importanza di un’informazione chiara, corretta e oggettiva, e la necessità di far conoscere l’Islam e le sue esigenze, per stabilire un dialogo fraterno e cordiale.
Il terzo incontro, nel 1995, affrontò un tema più pratico: la collaborazione tra le diverse riviste missionarie dei gesuiti europei, il collegamento via e-mail e Internet (in quel tempo era una novità che cominciava appena a emergere e nessuno ne avrebbe immaginato i rapidi sviluppi) per lo scambio di articoli e di informazioni, l’esame della possibilità di dar vita a una rivista missionaria per i gesuiti europei. Fu presa anche la decisione di preparare un numero speciale della rivista Popoli in edizione europea. L’idea prese consistenza e così, nell’ottobre 1996 uscì Europopoli, un numero di ottanta pagine, in quattro lingue (italiano, spagnolo, francese e inglese) che presentava, in sintesi, l’apostolato internazionale (questo il nuovo nome che stava assumendo l’apostolato missionario) nei differenti Paesi della comunità europea.
L’utopia purtroppo si interruppe e non potè avere seguito.
Devo dire comunque che quella della rivista Popoli è stata un’avventura meravigliosa ed entusiasmante. Un’avventura che ha varcato il secondo millennio e continua ancora, dopo 90 anni, senza mostrare segni di stanchezza.


Giuseppe Bellucci S.I.





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