| Esattamente dieci anni fa, in occasione dell’ottantesimo
compleanno di Popoli, scrivevo che, nonostante gli anni, la rivista
era ancora giovane perché aveva saputo adattarsi all’evoluzione
dei tempi e tenere il passo con le esigenze dei lettori. Credo che lo
stesso si possa dire oggi al compimento dei novant’anni.
Fare la storia di una rivista non è cosa facile perché
bisognerebbe riuscire a penetrare nella mente non solo del fondatore,
ma anche dei successivi direttori che le hanno dato un’impronta
nel corso degli anni. Qui tenterò di dare brevemente uno sguardo
alla storia, riprendendo quanto già dicevo nell’editoriale
di dieci anni fa, analizzando poi meglio gli anni in cui ne ho avuto
la responsabilità come direttore, cioè gli anni Settanta,
Ottanta e Novanta.
Un po’ di storia
Popoli comincia il suo cammino alla fine del 1914 quando, a Venezia,
il padre Giuseppe Petazzi avvia la pubblicazione de Le Missioni della
Compagnia di Gesù. Eravamo all’inizio della prima guerra
mondiale e il direttore non mancò di sottolineare questo particolare
nell’introduzione al primo numero, uscito poco prima di Natale:
«Mentre tutti gli animi sono rattristati dalla fosca visione della
guerra che strazia l’Europa, fa la sua prima comparsa questo periodico
che si propone di dipingere davanti agli sguardi dei suoi lettori le
meravigliose conquiste di Colui che fu salutato dal profeta Isaia come
Principe della Pace». Bisogna dire che fu un atto di notevole
coraggio dare vita a una nuova rivista in una situazione così
difficile come quella di allora.
Scopo della rivista era «narrare e promuovere la grande opera
delle Missioni», con particolare riferimento all’attività
missionaria dei gesuiti. Intento del fondatore non era solo di informare,
ma anche di formare una più profonda coscienza cristiana nei
lettori, la cui fede, si legge ancora nell’editoriale con lo stile
un po’ retorico dell’epoca, «si sentirà rianimata
contemplando la potenza meravigliosa della Chiesa cattolica che va dilatando
sempre più in mezzo ai popoli le pacifiche sue conquiste. I loro
cuori esulteranno nell’intendere come da ogni parte della terra,
anche dalle regioni sperdute nei ghiacciai dei poli o nelle vergini
foreste, si scioglie un inno festoso che fa eco al canto degli angeli
sulla grotta di Betlemme».
Una data particolarmente significativa è il 1954, quando dal
formato «quaderno» si passa a uno più grande, simile
a quello attuale, con la stampa in rotocalco e abbondanza di fotografie,
anche se ancora solo in bianco e nero. Entriamo decisamente nell’era
delle immagini. Il titolo viene leggermente semplificato in Missioni
della Compagnia di Gesù, che vuole essere, come si legge nell’editoriale
del numero di gennaio di quell’anno, «una rivista agile,
attiva, moderna, quali sono le doti dei pionieri di Cristo, invitante
e coraggiosa come chi ha un cuore generoso e un messaggio da comunicare».
Una nuova tappa ancora più significativa si ha nel 1970, quando
inizia la collaborazione tra i gesuiti italiani e la direzione italiana
delle Pontificie Opere Missionarie. Nasce Popoli e Missioni: il maggior
numero di lettori e, quindi, una maggiore disponibilità economica,
permettono l’uso delle foto in colore e una veste tipografica
di prima qualità che la fa emergere nel panorama della stampa
missionaria italiana. La nuova rivista allarga anche i suoi obiettivi
e si propone come oggetto l’attività missionaria di interesse
generale e rispecchia, con un’apertura universale, tutto il mondo
dell’evangelizzazione.
Nel 1986 le Pontificie Opere Missionarie italiane decidono di dare nuovamente
inizio a una loro rivista specifica e così, a partire dal gennaio
1987, inizia per noi una nuova fase, quella attuale di Popoli. Cambia
la testata, ma rimangono le finalità che potremmo sintetizzare
in alcuni aspetti caratterizzanti.
1. L’accento sui valori culturali e religiosi dei popoli del mondo:
portare il lettore, attraverso gli articoli, ma soprattutto attraverso
le immagini, alla scoperta del fratello. Di qui l’ampio spazio
riservato agli usi, costumi, tradizioni, folklore di altri continenti,
non per stuzzicare la curiosità, ma per conoscere l’uomo
con il suo ricco patrimonio, nascosto talvolta dietro apparenze per
noi strane e a prima vista incomprensibili. Il Concilio Vaticano II
è stato di guida in questo lavoro: «come Cristo scrutò
il cuore degli uomini e li portò alla luce divina attraverso
un colloquio veramente umano, così i suoi discepoli, profondamente
animati dallo Spirito di Cristo, devono conoscere gli uomini in mezzo
ai quali vivono e improntare le relazioni con essi a un dialogo sincero
e paziente, affinché conoscano quali ricchezze Dio ha dato a
popoli» (Ad Gentes, 11).
2. Un’attenzione particolare all’inculturazione del Vangelo
nelle varie aree del mondo. Basta sfogliare la rivista per cogliere
questo aspetto: dalla Messa in rito zairese ai vari servizi su la Bibbia
dei popoli, tanto per citare due esempi.
3. Non meno importante l’aspetto ecumenico della missione, con
una rubrica
specifica portata avanti per quasi quarant’anni dal padre Nereo
Venturini, sottolineando di mese in mese gli aspetti più interessanti
del cammino ecumenico e del dialogo fra le Chiese.
Anni Settanta, l’apertura
Su questo sfondo generale vorrei dare adesso uno sguardo più
personale agli oltre vent’anni in cui sono stato direttore.
Più sopra ho ricordato la collaborazione con le Pontificie Opere
Missionarie. Ma negli anni Settanta ci sono stati anche altri momenti
di grande apertura.
La nostra rivista è stata uno dei soci fondatori della Fesmi,
la Federazione della Stampa Missionaria Italiana, nel marzo 1975. L’Italia
è sempre stata molto ricca di riviste missionarie o di bollettini
con le esperienze di vita missionaria delle singole congregazioni religiose.
L’idea della loro federazione è scaturita dal desiderio
di un’azione più efficace sul pubblico. La Fesmi, pur rispettando
l’identità di ciascuna rivista, voleva essere un luogo
di confronto delle idee, un organismo che si presentasse al pubblico,
anche quello meno addetto ai lavori, con alcune linee fondamentali,
diventare il luogo di prese di posizioni in cui tutte le riviste si
riconoscessero. Nacquero così, di tanto in tanto, gli «editoriali»
comuni su problemi di attualità ecclesiale o anche politica in
senso largo. Oggi la Federazione raccoglie una quarantina di testate.
Fin dall’inizio la Federazione della Stampa Missionaria si aprì
all’Ucip, l’Unione Cattolica Internazionale della Stampa,
con sede a Ginevra, nominando un suo rappresentante. Per tanti anni
è stato il direttore di Popoli a portare la voce e l’eco
delle problematiche missionarie italiane all’Unione. Dalle riunioni
del Consiglio o dai congressi internazionali giungevano alle riviste
associate articoli, osservazioni, sollecitazioni a una sempre maggiore
apertura ai problemi mondiali.
Anni Ottanta-Novanta: l’utopia
Si dice che un po’ di utopia aiuta l’uomo a vivere. Devo
dire che negli anni Ottanta la mia utopia guardava lontano: a una rivista
missionaria comune dei gesuiti europei, una rivista in varie edizioni,
con gli stessi articoli e le stesse fotografie, anche se con un certo
numero di pagine proprie a ciascuna nazione.
Il primo passo fu la costituzione dell’Euromissio, un servizio
di coordinamento dei gesuiti europei impegnati nel settore della stampa
missionaria. Nato nell’aprile 1989 a Milano, nel corso di un incontro
organizzato dalla rivista Popoli con altre riviste simili in Europa,
dirette dai gesuiti, si proponeva «di stimolare la collaborazione,
lo scambio di articoli e di fotografie, di discutere problemi di interesse
comune, per un’animazione missionaria più efficace e su
più larga scala».
A questo seguirono altri incontri. Nel 1992 furono approfonditi, con
l’aiuto di esperti, due temi di grande attualità in quel
momento: La stampa missionaria di fronte al mondo dei rifugiati in Europa
e I problemi umani, sociali e religiosi legati alla presenza massiccia
dei musulmani nei Paesi europei. L’attenzione si concentrò
sul contributo specifico che la nostra stampa poteva apportare in questi
settori. Vennero sottolineate l’importanza di un’informazione
chiara, corretta e oggettiva, e la necessità di far conoscere
l’Islam e le sue esigenze, per stabilire un dialogo fraterno e
cordiale.
Il terzo incontro, nel 1995, affrontò un tema più pratico:
la collaborazione tra le diverse riviste missionarie dei gesuiti europei,
il collegamento via e-mail e Internet (in quel tempo era una novità
che cominciava appena a emergere e nessuno ne avrebbe immaginato i rapidi
sviluppi) per lo scambio di articoli e di informazioni, l’esame
della possibilità di dar vita a una rivista missionaria per i
gesuiti europei. Fu presa anche la decisione di preparare un numero
speciale della rivista Popoli in edizione europea. L’idea prese
consistenza e così, nell’ottobre 1996 uscì Europopoli,
un numero di ottanta pagine, in quattro lingue (italiano, spagnolo,
francese e inglese) che presentava, in sintesi, l’apostolato internazionale
(questo il nuovo nome che stava assumendo l’apostolato missionario)
nei differenti Paesi della comunità europea.
L’utopia purtroppo si interruppe e non potè avere seguito.
Devo dire comunque che quella della rivista Popoli è stata un’avventura
meravigliosa ed entusiasmante. Un’avventura che ha varcato il
secondo millennio e continua ancora, dopo 90 anni, senza mostrare segni
di stanchezza.
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