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 Gennaio 2005 - Orizzonti della fede

 
L’America di Bush II: il peso della religione
La crescente influenza di correnti religiose fondamentaliste è stata vista da molti analisti come uno dei fattori-chiave della rielezione di George W. Bush a presidente degli Stati Uniti. L’Autore - il cui intervento risale a poche settimane prima del voto -, pur confermando l’esistenza di questo fenomeno, ne ridimensiona le ricadute politiche, facendo notare invece che, tanto in ambito protestante come in quello cattolico, individualismo e secolarizzazione appaiono fenomeni ben più decisivi.

Gli Stati Uniti sono probabilmente la nazione del mondo con il maggior numero di persone che si definiscono credenti, che sono affiliate a qualche religione istituzionale e che frequentano regolarmente servizi di culto. Secondo i sondaggi di opinione, gli americani preferiscono che a occupare alte cariche siano uomini o donne credenti; nel nome della religione, alcuni sostengono (o avversano), non senza una certa aggressività, determinati personaggi politici. Si può dire quindi che le religioni istituzionali, e la religione in genere, influenzano la politica e le elezioni? È importante fare alcune precisazioni.

Due tradizioni in campo
Anzitutto, per quanto riguarda le elezioni del 2004, è interessante osservare che i due candidati alla presidenza e i due alla vicepresidenza sono tipici credenti americani moderni. Essi rappresentano le due grandi e storiche comunità religiose degli Stati Uniti: la Chiesa metodista unita e la Chiesa cattolica romana. In ciascuna Chiesa, vi sono autorità riconosciute che esprimono pubblicamente la visione che la propria confessione ha della morale cristiana. Ciascuna Chiesa chiede al Governo risposte alla povertà cronica, una condizione che riguarda un quinto degli americani. Ciascuna preme perché si realizzino pratiche economiche e politiche (sia interne sia internazionali) più giuste e umane. Ciascuna ha sollevato obiezioni sull’invasione dell’Iraq. Una differenza si ha invece relativamente all’aborto e alle unioni tra persone dello stesso sesso: la Chiesa cattolica è contraria, mentre la Chiesa metodista lascia entrambe le questioni alla decisione personale.
Il senatore John Edwards, candidato alla vicepresidenza per il Partito Democratico, e sua moglie, appartengono a una congregazione metodista, ne frequentano regolarmente i servizi di culto e ne sostengono vari progetti. Edwards concorda con le posizioni metodiste su povertà, aborto e rapporti sessuali, ma ha appoggiato l’invasione dell’Iraq. Il senatore John F. Kerry, candidato democratico alla presidenza, è sempre stato cattolico e partecipa regolarmente alla messa; anche sua moglie si definisce cattolica. Egli sostiene molte delle politiche sociali dei vescovi cattolici statunitensi, ma le sue idee riguardo all’aborto legalizzato e alla ricerca sulle cellule staminali gli hanno procurato forti critiche da parte di alcuni presuli. Infine, il senatore Kerry ha votato per l’invasione dell’Iraq.
Il vicepresidente Dick Cheney è metodista, ma ha appoggiato in pieno la politica sull’Iraq e rifiuta molte delle proposte sociali metodiste. Il presidente George W. Bush è stato cresciuto come episcopale, ma è diventato metodista dopo aver sposato una metodista. Entrambi frequentano regolarmente questo culto. Alcuni anni fa Bush si è unito con grande fervore a un settore specifico del metodismo; ciò non gli ha impedito di opporsi all’aborto e ai matrimoni tra omosessuali, né di promuovere politiche che, in alcuni aspetti, sono in disaccordo con l’agenda economica e sociale metodista. Soprattutto, ha ordinato l’invasione dell’Iraq. Bush si esprime spesso in termini cristiani tradizionali, ma parla con rispetto delle altre religioni, compreso l’Islam, e - nonostante quello che alcuni credono - non si circonda di cristiani fondamentalisti. Come suo padre, George W. Bush sembra tenere in alta considerazione la Chiesa cattolica e il Papa, nonostante le forti differenze. Molti suoi parenti stretti sono cattolici.
Questi quattro politici deplorano l’intolleranza e il pregiudizio, da qualunque fonte provengano. In generale, ciò che li accomuna, e accomuna la maggior parte dei credenti americani, è l’interpretazione individualistica della religione.

Fondamentalismo e secolarizzazione
Il cristianesimo è arrivato negli Stati Uniti in due forme, il protestantesimo e il cattolicesimo. Furono gli immigrati inglesi e scozzesi, gli ugonotti in fuga dalla Francia, alcuni olandesi e svedesi a portare per primi il protestantesimo. Fu in particolare il protestantesimo britannico a dominare la società statunitense, anche dopo la dichiarazione di indipendenza nel 1776, e a influenzarne la cultura. Esso era pluralistico, ma fino a un certo punto; tollerava infatti soltanto le differenze tra protestanti.
In ogni caso questo pluralismo portò a inserire nella Carta dei diritti la «No establishment clause», regola che sancisce la netta separazione tra Stato e religione. Pensata per consentire la convivenza tra protestanti con visioni diverse, essa diede di fatto a tutti i cittadini la libertà di credere e di praticare la fede che preferivano; questo provvedimento costituzionale impedisce tuttora al Governo di promuovere (o limitare) qualunque Chiesa o filosofia religiosa. Il riflesso di questa norma, secondo alcuni, è che le istituzioni religiose, a loro volta, devono esimersi dall’esprimere opinioni o esercitare influenze rispetto alle questioni politiche.
In origine, il protestantesimo americano si è diffuso per lo più nelle zone rurali, strutturandosi in piccole congregazioni poco collegate tra loro. Senza la disciplina del cattolicesimo o di alcune Chiese protestanti storiche, queste «congregazioni rurali» si sono affidate unicamente all’interpretazione letterale e individuale della Bibbia.
Spesso calvinista nel suo approccio alla finanza, sia interna sia internazionale, questa cultura ha sempre esaltato l’aggressività economica e minimizzato i diritti individuali. Ci sono volute grandi battaglie prima di ottenere conquiste come i diritti dei lavoratori. Qualsiasi famiglia nordamericana di origine europea, asiatica o sudamericana (per i discendenti degli schiavi africani naturalmente il discorso è diverso…) sa che i suoi antenati sono venuti negli Stati Uniti per fuggire ad avversità e persecuzioni in patria. Questo presupposto ha portato a credere automaticamente che lo stile di vita americano, compreso il suo sistema politico, sia superiore a quello di altre culture. Estendendo ulteriormente questa idea, molti cristiani americani tendono a vedere l’azione della Provvidenza nelle strutture, nella politica e persino nelle pratiche economiche. Ovviamente da ciò è nata la volontà non solo di proteggere la cultura americana, ma anche di esportarla.
Tuttavia, se da una parte rimangono echi di questa componente religiosa, dall’altra il secolarismo ha invaso e trasformato la cultura. Non a caso, queste comunità sono sempre meno numerose e influenti. Invece sono in crescita gruppi molto rigorosi nella morale personale, come la Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell’ultimo giorno (i mormoni), e vari gruppi protestanti fondamentalisti o evangelici.

I cattolici, presenza che non incide
Il cattolicesimo giunse per la prima volta nel Nord America con i coloni francesi e spagnoli, che lasciarono nella futura vita americana un’impronta ricca e tuttora viva, ma locale. Solo all’inizio dell’Ottocento i cattolici cominciarono ad arrivare numerosi dall’Europa: erano per lo più irlandesi, tedeschi, italiani e polacchi. Vivevano principalmente nelle città e, cosa molto importante, rimasero a lungo nelle classi più povere.
Col tempo questi immigrati e i loro discendenti sono arrivati a costituire una parte significativa della popolazione statunitense. La loro percentuale sul totale non ha mai superato il 25%, ma bisogna riconoscere che questa è già una cifra più che sufficiente per spingere i politici a tenere conto dei cattolici. Ma ciò è avvenuto raramente, anche perché i cattolici stessi sono spesso rimasti silenziosi, consapevoli di essere una minoranza mal sopportata nel contesto culturale. Per questo, benché le statistiche non lo rivelino, migliaia di fedeli hanno abbandonato la Chiesa cattolica. Altri cattolici, semplicemente, hanno provveduto da soli alle proprie esigenze: hanno costruito chiese e scuole, fondato università, aperto ospedali, creato un network di periodici.
Altri cattolici ancora hanno ritenuto che la loro religione sarebbe sopravvissuta solo convincendo i protestanti che il cattolicesimo non rappresentava una minaccia. Così, si sono premurati di garantire che nessun papa, vescovo o teologo avrebbero imposto alcuna decisione a politici cattolici. Non sorprende allora che, oggi, secondo quanto rivelano vari sondaggi, siano gli stessi cattolici, in molti casi, a disapprovare i ripetuti interventi dei vescovi sulle questioni politiche legate alla morale pubblica poiché, essi dicono, i vescovi non dovrebbero interferire in questi temi.
Gradualmente però, in oltre 150 anni, molti cattolici statunitensi sono saliti nella scala sociale ed economica, sono entrati in prestigiose università, nelle professioni più qualificate, negli uffici pubblici. Il simbolo più evidente di questi passi avanti è stata, nel 1960, l’elezione a presidente degli Stati Uniti di John F. Kennedy, discendente di poveri immigrati irlandesi e dichiaratamente cattolico romano. Kennedy è stato anche, sinora, l’unico presidente degli Usa non protestante.

Religione e cultura
Da allora molte cose sono cambiate. L’assassinio di Kennedy, il prolungato e contestato intervento in Vietnam, gli scandali che hanno coinvolto il presidente Richard Nixon hanno spinto molti americani a mettere in discussione le istituzioni, incluse le Chiese, e in particolare le più strutturate, come quella cattolica. Si è rinforzato l’individualismo, da cui in alcuni casi si è passati al relativismo e infine all’indifferenza. Molti, pur non rinunciando formalmente alla loro appartenenza alla Chiesa cattolica, si sono immersi nella corrente culturale prevalente, assorbendo lo stile religioso fortemente individualistico dei protestanti e abbeverandosi alle acque del secolarismo. Oggi, per formare la loro opinione, queste persone fanno affidamento su fonti che certamente non sono amiche del cattolicesimo, né della religione in genere (ad esempio i sempre più potenti network televisivi che offrono notizie e intrattenimento). Difficilmente parlano con una sola voce. Valutano ogni indicazione del magistero secondo il personale gusto o inclinazione culturale. Neanche il Papa è riuscito a far sì che la maggioranza dei cattolici statunitensi si schierasse contro la guerra in Iraq. Come ha detto il cardinale Francis George, vescovo di Chicago, «i cattolici americani sono cattolici dal punto di vista religioso, ma protestanti culturalmente».
Dunque, tenendo conto di tutto questo, si capisce che domandarsi se e quanto la religione influenzi le elezioni può essere fuorviante. Molto difficilmente avverrà negli Stati Uniti che un leader venga sostenuto incondizionatamente solo perché è inserito in una religione istituzionale. Il secolarismo e il pragmatismo sono ormai moventi ben più forti per la maggior parte degli elettori statunitensi.


Owen F. Campion

* Questo articolo riproduce parzialmente la relazione di Owen F. Campion, giornalista di Our Sunday Visitor, settimanale cattolico Usa, al XX Congresso dell’Ucip (Unione internazionale della stampa cattolica),
tenutosi a Bangkok dal 9 al 17 ottobre 2004.





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