| Gli Stati Uniti sono probabilmente la nazione del mondo
con il maggior numero di persone che si definiscono credenti, che sono
affiliate a qualche religione istituzionale e che frequentano regolarmente
servizi di culto. Secondo i sondaggi di opinione, gli americani preferiscono
che a occupare alte cariche siano uomini o donne credenti; nel nome
della religione, alcuni sostengono (o avversano), non senza una certa
aggressività, determinati personaggi politici. Si può
dire quindi che le religioni istituzionali, e la religione in genere,
influenzano la politica e le elezioni? È importante fare alcune
precisazioni.
Due tradizioni in campo
Anzitutto, per quanto riguarda le elezioni del 2004, è interessante
osservare che i due candidati alla presidenza e i due alla vicepresidenza
sono tipici credenti americani moderni. Essi rappresentano le due grandi
e storiche comunità religiose degli Stati Uniti: la Chiesa metodista
unita e la Chiesa cattolica romana. In ciascuna Chiesa, vi sono autorità
riconosciute che esprimono pubblicamente la visione che la propria confessione
ha della morale cristiana. Ciascuna Chiesa chiede al Governo risposte
alla povertà cronica, una condizione che riguarda un quinto degli
americani. Ciascuna preme perché si realizzino pratiche economiche
e politiche (sia interne sia internazionali) più giuste e umane.
Ciascuna ha sollevato obiezioni sull’invasione dell’Iraq.
Una differenza si ha invece relativamente all’aborto e alle unioni
tra persone dello stesso sesso: la Chiesa cattolica è contraria,
mentre la Chiesa metodista lascia entrambe le questioni alla decisione
personale.
Il senatore John Edwards, candidato alla vicepresidenza per il Partito
Democratico, e sua moglie, appartengono a una congregazione metodista,
ne frequentano regolarmente i servizi di culto e ne sostengono vari
progetti. Edwards concorda con le posizioni metodiste su povertà,
aborto e rapporti sessuali, ma ha appoggiato l’invasione dell’Iraq.
Il senatore John F. Kerry, candidato democratico alla presidenza, è
sempre stato cattolico e partecipa regolarmente alla messa; anche sua
moglie si definisce cattolica. Egli sostiene molte delle politiche sociali
dei vescovi cattolici statunitensi, ma le sue idee riguardo all’aborto
legalizzato e alla ricerca sulle cellule staminali gli hanno procurato
forti critiche da parte di alcuni presuli. Infine, il senatore Kerry
ha votato per l’invasione dell’Iraq.
Il vicepresidente Dick Cheney è metodista, ma ha appoggiato in
pieno la politica sull’Iraq e rifiuta molte delle proposte sociali
metodiste. Il presidente George W. Bush è stato cresciuto come
episcopale, ma è diventato metodista dopo aver sposato una metodista.
Entrambi frequentano regolarmente questo culto. Alcuni anni fa Bush
si è unito con grande fervore a un settore specifico del metodismo;
ciò non gli ha impedito di opporsi all’aborto e ai matrimoni
tra omosessuali, né di promuovere politiche che, in alcuni aspetti,
sono in disaccordo con l’agenda economica e sociale metodista.
Soprattutto, ha ordinato l’invasione dell’Iraq. Bush si
esprime spesso in termini cristiani tradizionali, ma parla con rispetto
delle altre religioni, compreso l’Islam, e - nonostante quello
che alcuni credono - non si circonda di cristiani fondamentalisti. Come
suo padre, George W. Bush sembra tenere in alta considerazione la Chiesa
cattolica e il Papa, nonostante le forti differenze. Molti suoi parenti
stretti sono cattolici.
Questi quattro politici deplorano l’intolleranza e il pregiudizio,
da qualunque fonte provengano. In generale, ciò che li accomuna,
e accomuna la maggior parte dei credenti americani, è l’interpretazione
individualistica della religione.
Fondamentalismo e secolarizzazione
Il cristianesimo è arrivato negli Stati Uniti in due forme, il
protestantesimo e il cattolicesimo. Furono gli immigrati inglesi e scozzesi,
gli ugonotti in fuga dalla Francia, alcuni olandesi e svedesi a portare
per primi il protestantesimo. Fu in particolare il protestantesimo britannico
a dominare la società statunitense, anche dopo la dichiarazione
di indipendenza nel 1776, e a influenzarne la cultura. Esso era pluralistico,
ma fino a un certo punto; tollerava infatti soltanto le differenze tra
protestanti.
In ogni caso questo pluralismo portò a inserire nella Carta dei
diritti la «No establishment clause», regola che sancisce
la netta separazione tra Stato e religione. Pensata per consentire la
convivenza tra protestanti con visioni diverse, essa diede di fatto
a tutti i cittadini la libertà di credere e di praticare la fede
che preferivano; questo provvedimento costituzionale impedisce tuttora
al Governo di promuovere (o limitare) qualunque Chiesa o filosofia religiosa.
Il riflesso di questa norma, secondo alcuni, è che le istituzioni
religiose, a loro volta, devono esimersi dall’esprimere opinioni
o esercitare influenze rispetto alle questioni politiche.
In origine, il protestantesimo americano si è diffuso per lo
più nelle zone rurali, strutturandosi in piccole congregazioni
poco collegate tra loro. Senza la disciplina del cattolicesimo o di
alcune Chiese protestanti storiche, queste «congregazioni rurali»
si sono affidate unicamente all’interpretazione letterale e individuale
della Bibbia.
Spesso calvinista nel suo approccio alla finanza, sia interna sia internazionale,
questa cultura ha sempre esaltato l’aggressività economica
e minimizzato i diritti individuali. Ci sono volute grandi battaglie
prima di ottenere conquiste come i diritti dei lavoratori. Qualsiasi
famiglia nordamericana di origine europea, asiatica o sudamericana (per
i discendenti degli schiavi africani naturalmente il discorso è
diverso…) sa che i suoi antenati sono venuti negli Stati Uniti
per fuggire ad avversità e persecuzioni in patria. Questo presupposto
ha portato a credere automaticamente che lo stile di vita americano,
compreso il suo sistema politico, sia superiore a quello di altre culture.
Estendendo ulteriormente questa idea, molti cristiani americani tendono
a vedere l’azione della Provvidenza nelle strutture, nella politica
e persino nelle pratiche economiche. Ovviamente da ciò è
nata la volontà non solo di proteggere la cultura americana,
ma anche di esportarla.
Tuttavia, se da una parte rimangono echi di questa componente religiosa,
dall’altra il secolarismo ha invaso e trasformato la cultura.
Non a caso, queste comunità sono sempre meno numerose e influenti.
Invece sono in crescita gruppi molto rigorosi nella morale personale,
come la Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell’ultimo giorno
(i mormoni), e vari gruppi protestanti fondamentalisti o evangelici.
I cattolici, presenza che non incide
Il cattolicesimo giunse per la prima volta nel Nord America con i coloni
francesi e spagnoli, che lasciarono nella futura vita americana un’impronta
ricca e tuttora viva, ma locale. Solo all’inizio dell’Ottocento
i cattolici cominciarono ad arrivare numerosi dall’Europa: erano
per lo più irlandesi, tedeschi, italiani e polacchi. Vivevano
principalmente nelle città e, cosa molto importante, rimasero
a lungo nelle classi più povere.
Col tempo questi immigrati e i loro discendenti sono arrivati a costituire
una parte significativa della popolazione statunitense. La loro percentuale
sul totale non ha mai superato il 25%, ma bisogna riconoscere che questa
è già una cifra più che sufficiente per spingere
i politici a tenere conto dei cattolici. Ma ciò è avvenuto
raramente, anche perché i cattolici stessi sono spesso rimasti
silenziosi, consapevoli di essere una minoranza mal sopportata nel contesto
culturale. Per questo, benché le statistiche non lo rivelino,
migliaia di fedeli hanno abbandonato la Chiesa cattolica. Altri cattolici,
semplicemente, hanno provveduto da soli alle proprie esigenze: hanno
costruito chiese e scuole, fondato università, aperto ospedali,
creato un network di periodici.
Altri cattolici ancora hanno ritenuto che la loro religione sarebbe
sopravvissuta solo convincendo i protestanti che il cattolicesimo non
rappresentava una minaccia. Così, si sono premurati di garantire
che nessun papa, vescovo o teologo avrebbero imposto alcuna decisione
a politici cattolici. Non sorprende allora che, oggi, secondo quanto
rivelano vari sondaggi, siano gli stessi cattolici, in molti casi, a
disapprovare i ripetuti interventi dei vescovi sulle questioni politiche
legate alla morale pubblica poiché, essi dicono, i vescovi non
dovrebbero interferire in questi temi.
Gradualmente però, in oltre 150 anni, molti cattolici statunitensi
sono saliti nella scala sociale ed economica, sono entrati in prestigiose
università, nelle professioni più qualificate, negli uffici
pubblici. Il simbolo più evidente di questi passi avanti è
stata, nel 1960, l’elezione a presidente degli Stati Uniti di
John F. Kennedy, discendente di poveri immigrati irlandesi e dichiaratamente
cattolico romano. Kennedy è stato anche, sinora, l’unico
presidente degli Usa non protestante.
Religione e cultura
Da allora molte cose sono cambiate. L’assassinio di Kennedy, il
prolungato e contestato intervento in Vietnam, gli scandali che hanno
coinvolto il presidente Richard Nixon hanno spinto molti americani a
mettere in discussione le istituzioni, incluse le Chiese, e in particolare
le più strutturate, come quella cattolica. Si è rinforzato
l’individualismo, da cui in alcuni casi si è passati al
relativismo e infine all’indifferenza. Molti, pur non rinunciando
formalmente alla loro appartenenza alla Chiesa cattolica, si sono immersi
nella corrente culturale prevalente, assorbendo lo stile religioso fortemente
individualistico dei protestanti e abbeverandosi alle acque del secolarismo.
Oggi, per formare la loro opinione, queste persone fanno affidamento
su fonti che certamente non sono amiche del cattolicesimo, né
della religione in genere (ad esempio i sempre più potenti network
televisivi che offrono notizie e intrattenimento). Difficilmente parlano
con una sola voce. Valutano ogni indicazione del magistero secondo il
personale gusto o inclinazione culturale. Neanche il Papa è riuscito
a far sì che la maggioranza dei cattolici statunitensi si schierasse
contro la guerra in Iraq. Come ha detto il cardinale Francis George,
vescovo di Chicago, «i cattolici americani sono cattolici dal
punto di vista religioso, ma protestanti culturalmente».
Dunque, tenendo conto di tutto questo, si capisce che domandarsi se
e quanto la religione influenzi le elezioni può essere fuorviante.
Molto difficilmente avverrà negli Stati Uniti che un leader venga
sostenuto incondizionatamente solo perché è inserito in
una religione istituzionale. Il secolarismo e il pragmatismo sono ormai
moventi ben più forti per la maggior parte degli elettori statunitensi.
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