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Qual è lo scopo del Suo libro?
Ci sono diversi libri che tentano di descrivere come è fatto
il Corano, io invece ho voluto sottolinearne il contenuto, soprattutto
il contenuto religioso. L’aspetto più originale che mi
è sembrato di poter offrire al lettore è quello di far
conoscere ciò che i musulmani pensano del loro libro sacro e
dell’interpretazione che essi stessi ne hanno dato. Nella sostanza,
ho inteso proporre una lettura del Corano nell’ottica dei musulmani,
con una particolare attenzione all’epoca contemporanea. Anche
la ricostruzione della formazione del testo è fatta alla luce
di quella che i musulmani ritengono esserne la storia, cioè il
processo grazie al quale il Corano ha assunto la forma attuale. Ciò
che mi è sembrato importante è stato evitare una lettura
del Corano come viene proposta dagli «orientalisti», cioè
dagli specialisti occidentali di filologia araba e di storia islamica,
che si concentrano sugli aspetti storici e lessicali del testo, mentre
io ho inteso presentare al lettore italiano un’idea di quello
che pensano gli «altri», gli interpreti musulmani.
Il libro si intitola Il Corano e la sua interpretazione. È
dunque possibile interpretare il Corano? Come mai in ambito islamico
non si è sviluppato uno studio esegetico-critico del libro sacro?
Ciò è dipeso dal carattere particolare che la rivelazione
ha nell’Islam e soprattutto dal ruolo che la Scrittura svolge
nella rivelazione stessa. Mentre si ritiene che le Scritture ebraico-cristiane
abbiano subito una mediazione umana più o meno diretta, la Scrittura
islamica è considerata diretta, senza mediazione umana.
Per dirla in termini attuali, Muhammad è stato il nastro su cui
la Parola di Dio si è incisa. Secondo una delle correnti teologiche
più autorevoli all’interno dell’Islam classico, quella
degli ash’ariti (fiorita nel X sec. d. C. ), il Corano è
«increato». È quindi un attributo divino che esiste
dall’eternità. Ma, si badi bene, questo non è tutto:
il Corano è increato sia nelle Tavole ben conservate nella Madre
del Libro che è in cielo, sia nei libri stampati e perfino quando
l’uomo lo recita. È chiaro che si tratta di una condizione
profondamente differente da quella prospettata dalla tradizione ebraico-cristiana,
perché rende molto più difficile un approccio al testo
di tipo esegetico o ermeneutico. La tendenza dei musulmani è
di cogliere il testo in maniera letterale, perché per molti secoli
questa è stata la tradizione teologica, che si è limitata
a svolgere un’analisi fondamentalmente linguistica.
Questo è, in fondo, l’argomento del libro: tentare di mostrare
al lettore come negli ultimi decenni dell’età contemporanea
molti intellettuali musulmani abbiano avvertito la necessità
di una vera interpretazione, e quindi di sottoporre il testo a una ricerca
non solo esegetico-letteraria, ma a una ricerca storica, filosofica
e teologica che finora non è mai stata fatta.
Quali autori può citare a questo proposito?
Anzitutto i pensatori riformisti, che si distinguono dal filone che
definirei radicale, anche se il confine è a volte sfumato ed
è arbitrario incasellare i pensatori in categorie predefinite.
Questa differenza comunque esiste, è importante e va sottolineata,
così come deve essere richiamata la distinzione tra islamiyyun
(islamisti tradizionalisti e conservatori) e islamisti rivoluzionari.
Tra i radicali ricordo soprattutto Sayyid Qutb e al-Mawdudi: per loro
il Corano e l’Islam hanno una funzione di liberazione nella storia,
a cui portano un contributo militante, mentre pensatori come Abu Zayd,
Arkoun e Hanafi sono piuttosto dei riformisti, attenti alla storicizzazione
del testo e all’antropologia teologica.
Se è vero, come in effetti è, che le interpretazioni recenti
sono state fatte da intellettuali militanti, allora è giusto
dire che non si tratta di radicali, ma di riformisti che aspirano a
dare una nuova lettura dell’Islam.
Perché l’interpretazione è «chiusa»
dal Medioevo?
Questo è uno dei motivi che contribuiscono a spiegare la crisi
dell’Islam nei secoli dell’età moderna. Dal XIV al
XIX secolo si è verificato un blocco, una stasi della cultura
islamica, che ne ha causato una grave decadenza: dal mio punto di vista
di studioso di filosofia, potrei dire che questo blocco è proprio
dovuto al fatto che l’Islam non ha praticato a sufficienza la
filosofia, mentre l’assoluto predominio del diritto e dei giuristi
ha fagocitato tanto la teologia quanto la filosofia, con il conseguente
inaridimento del pensiero. Con la «chiusura della porta»
dell’ijtihad (interpretazione) a partire grosso modo dal XI-XII
secolo, i giuristi si sono limitati a produrre glosse su glosse senza
più dire nulla di nuovo. Per porre rimedio a questa situazione,
perché il pensiero islamico si possa rivitalizzare, bisogna probabilmente
aprire il testo coranico all’interpretazione dei filosofi, che
nell’Islam ci possono essere, mentre è forse più
difficile dire che possano esserci teologi.
In sostanza, il Suo libro si propone come un primo approccio al
testo sacro. Intende proseguire su questa strada?
Sì, ho in progetto di preparare un volume che contenga una scelta
di alcuni passi del Corano. Tuttavia non si tratterà di un’antologia
in senso tradizionale, ma della presentazione di un certo numero di
versetti, estrapolati dal corpo del testo, che considero centrali. I
versetti saranno accompagnati da un commento storico, teologico e filosofico.
È un’operazione che nelle mie intenzioni consentirà
di individuare i punti nodali del Corano, teologici, filosofici, storici,
politici (che sono anche fonte dell’islamismo militante). Penso
ad esempio al Versetto della Luce (24,35), al Versetto del Trono (2,255),
alla sura 112 (del Culto sincero), ai Versetti iniziali della sura del
Ferro che parlano di Dio come dell’alfa e dell’omega della
realtà, ai Versetti 32-36 della sura 10 (di Yunus) riferiti alla
parola haqq (verità e realtà) per quanto riguarda il profilo
teologico; al Versetto dei Potenti (4,58-59), al Versetto della Consultazione
(42,48) e ad altri versetti che rivendicano la liberazione degli oppressi,
per quanto riguarda il profilo politico.
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