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 Gennaio 2005 - Cultura, culture

 
Come leggere il Corano, oggi
Massimo Campanini è docente di cultura araba per il corso di laurea in mediazione linguistica e culturale dell’Università degli Studi di Milano e di filosofia islamica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Studioso del pensiero politico e filosofico dell’Islam, è autore di numerose opere sull’argomento, tra cui Il Corano e la sua interpretazione, recentemente pubblicato dall’editrice Laterza. Gli abbiamo rivolto alcune domande sul problema dell’interpretazione del testo, uno degli argomenti che più suscitano interrogativi a proposito dell’Islam.

Qual è lo scopo del Suo libro?
Ci sono diversi libri che tentano di descrivere come è fatto il Corano, io invece ho voluto sottolinearne il contenuto, soprattutto il contenuto religioso. L’aspetto più originale che mi è sembrato di poter offrire al lettore è quello di far conoscere ciò che i musulmani pensano del loro libro sacro e dell’interpretazione che essi stessi ne hanno dato. Nella sostanza, ho inteso proporre una lettura del Corano nell’ottica dei musulmani, con una particolare attenzione all’epoca contemporanea. Anche la ricostruzione della formazione del testo è fatta alla luce di quella che i musulmani ritengono esserne la storia, cioè il processo grazie al quale il Corano ha assunto la forma attuale. Ciò che mi è sembrato importante è stato evitare una lettura del Corano come viene proposta dagli «orientalisti», cioè dagli specialisti occidentali di filologia araba e di storia islamica, che si concentrano sugli aspetti storici e lessicali del testo, mentre io ho inteso presentare al lettore italiano un’idea di quello che pensano gli «altri», gli interpreti musulmani.

Il libro si intitola Il Corano e la sua interpretazione. È dunque possibile interpretare il Corano? Come mai in ambito islamico non si è sviluppato uno studio esegetico-critico del libro sacro?
Ciò è dipeso dal carattere particolare che la rivelazione ha nell’Islam e soprattutto dal ruolo che la Scrittura svolge nella rivelazione stessa. Mentre si ritiene che le Scritture ebraico-cristiane abbiano subito una mediazione umana più o meno diretta, la Scrittura islamica è considerata diretta, senza mediazione umana.
Per dirla in termini attuali, Muhammad è stato il nastro su cui la Parola di Dio si è incisa. Secondo una delle correnti teologiche più autorevoli all’interno dell’Islam classico, quella degli ash’ariti (fiorita nel X sec. d. C. ), il Corano è «increato». È quindi un attributo divino che esiste dall’eternità. Ma, si badi bene, questo non è tutto: il Corano è increato sia nelle Tavole ben conservate nella Madre del Libro che è in cielo, sia nei libri stampati e perfino quando l’uomo lo recita. È chiaro che si tratta di una condizione profondamente differente da quella prospettata dalla tradizione ebraico-cristiana, perché rende molto più difficile un approccio al testo di tipo esegetico o ermeneutico. La tendenza dei musulmani è di cogliere il testo in maniera letterale, perché per molti secoli questa è stata la tradizione teologica, che si è limitata a svolgere un’analisi fondamentalmente linguistica.
Questo è, in fondo, l’argomento del libro: tentare di mostrare al lettore come negli ultimi decenni dell’età contemporanea molti intellettuali musulmani abbiano avvertito la necessità di una vera interpretazione, e quindi di sottoporre il testo a una ricerca non solo esegetico-letteraria, ma a una ricerca storica, filosofica e teologica che finora non è mai stata fatta.

Quali autori può citare a questo proposito?
Anzitutto i pensatori riformisti, che si distinguono dal filone che definirei radicale, anche se il confine è a volte sfumato ed è arbitrario incasellare i pensatori in categorie predefinite. Questa differenza comunque esiste, è importante e va sottolineata, così come deve essere richiamata la distinzione tra islamiyyun (islamisti tradizionalisti e conservatori) e islamisti rivoluzionari.
Tra i radicali ricordo soprattutto Sayyid Qutb e al-Mawdudi: per loro il Corano e l’Islam hanno una funzione di liberazione nella storia, a cui portano un contributo militante, mentre pensatori come Abu Zayd, Arkoun e Hanafi sono piuttosto dei riformisti, attenti alla storicizzazione del testo e all’antropologia teologica.
Se è vero, come in effetti è, che le interpretazioni recenti sono state fatte da intellettuali militanti, allora è giusto dire che non si tratta di radicali, ma di riformisti che aspirano a dare una nuova lettura dell’Islam.

Perché l’interpretazione è «chiusa» dal Medioevo?
Questo è uno dei motivi che contribuiscono a spiegare la crisi dell’Islam nei secoli dell’età moderna. Dal XIV al XIX secolo si è verificato un blocco, una stasi della cultura islamica, che ne ha causato una grave decadenza: dal mio punto di vista di studioso di filosofia, potrei dire che questo blocco è proprio dovuto al fatto che l’Islam non ha praticato a sufficienza la filosofia, mentre l’assoluto predominio del diritto e dei giuristi ha fagocitato tanto la teologia quanto la filosofia, con il conseguente inaridimento del pensiero. Con la «chiusura della porta» dell’ijtihad (interpretazione) a partire grosso modo dal XI-XII secolo, i giuristi si sono limitati a produrre glosse su glosse senza più dire nulla di nuovo. Per porre rimedio a questa situazione, perché il pensiero islamico si possa rivitalizzare, bisogna probabilmente aprire il testo coranico all’interpretazione dei filosofi, che nell’Islam ci possono essere, mentre è forse più difficile dire che possano esserci teologi.

In sostanza, il Suo libro si propone come un primo approccio al testo sacro. Intende proseguire su questa strada?
Sì, ho in progetto di preparare un volume che contenga una scelta di alcuni passi del Corano. Tuttavia non si tratterà di un’antologia in senso tradizionale, ma della presentazione di un certo numero di versetti, estrapolati dal corpo del testo, che considero centrali. I versetti saranno accompagnati da un commento storico, teologico e filosofico. È un’operazione che nelle mie intenzioni consentirà di individuare i punti nodali del Corano, teologici, filosofici, storici, politici (che sono anche fonte dell’islamismo militante). Penso ad esempio al Versetto della Luce (24,35), al Versetto del Trono (2,255), alla sura 112 (del Culto sincero), ai Versetti iniziali della sura del Ferro che parlano di Dio come dell’alfa e dell’omega della realtà, ai Versetti 32-36 della sura 10 (di Yunus) riferiti alla parola haqq (verità e realtà) per quanto riguarda il profilo teologico; al Versetto dei Potenti (4,58-59), al Versetto della Consultazione (42,48) e ad altri versetti che rivendicano la liberazione degli oppressi, per quanto riguarda il profilo politico.


Federico Tagliaferri





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