Focus |
americhe
Brasile deluso da Lula |
| Giunto a metà mandato e già con lo
sguardo rivolto alle presidenziali dell’ottobre 2006, il presidente
brasiliano Lula si scopre ogni giorno più solo: amici che lo
avevano sostenuto nei lunghi anni dell’opposizione lo accusano
di scarso coraggio, ministri e uomini-chiave del suo Governo se ne vanno
sbattendo la porta, la classe media, dicono i sondaggi, è sempre
più insoddisfatta. «Il Brasile sta scoprendo che non esiste
un Piano B», commenta in un suo editoriale l’agenzia Adital,
riferendosi alla diffusa convinzione, dimostratasi errata, secondo cui
Lula avrebbe dapprima tranquillizzato le élite interne e i mercati
internazionali con una politica moderata (anche per rimettere ordine
nei conti squassati dai Governi precedenti), per poi passare in una
seconda fase alla realizzazione di radicali riforme sociali (su tutte
la riforma agraria e una politica efficace nel ridurre le disuguaglianze).
La mancanza di una solida maggioranza in Parlamento sembra condizionare
Lula, che ha dovuto cedere ai diktat di partiti minori - ossequiosi
degli interessi della grande finanza e delle politiche di aggiustamento
strutturale -, scontentando l’ala più progressista del
suo partito, il Pt (Partido dos Trabalhadores). Così, dopo la
bruciante sconfitta dello stesso Pt nelle amministrative di San Paolo
e Porto Alegre (rispettivamente locomotiva economica e laboratorio socio-politico
del Paese), è stato un susseguirsi di dimissioni eccellenti:
tra gli altri Carlos Lessa, presidente della Banca Nazionale di Sviluppo
Economico e Sociale (l’ente creditizio dello Stato) e fautore
di una politica economica più «coraggiosa», il ministro
della Difesa José Viegas (dimissioni dovute in realtà
a dissidi con i vertici dell’esercito) e Frei Betto, promotore
e coordinatore del piano di lotta contro la fame. Lula può consolarsi
con il buon andamento di alcuni indicatori macroeconomici (su tutti
la crescita del prodotto interno lordo, che nel terzo trimestre 2004
ha fatto segnare un +6,1%, record dal 1996) e con una tenuta della sua
popolarità presso i ceti poveri. Ma anche su questo fronte cresce
l’insofferenza: i sem terra, ad esempio, hanno ripreso le occupazioni
di latifondi. Altre nubi che si addensano all’orizzonte per il
presidente-operaio. |
africa
L’orgoglio delle origini |
Gli africani sono orgogliosi di essere africani. Ad affermarlo
è un sondaggio di Bbc e Sabc (l’emittente radiotelevisiva
sudafricana) condotto dalla società Markinor su un campione di
7.500 persone residenti in dieci Stati. L’orgoglio è più
forte dell’immagine catastrofica che i media occidentali danno del
continente. Un continente del quale spesso si parla solo in occasione
di carestie, di guerre ed epidemie.
«Il mondo - ha osservato Jerry Timmins, responsabile di Bbc Africa
e Medio Oriente - è bombardato di immagini di guerra dall’Africa.
Come uomini dei media che lavorano a contatto dell’Africa ogni giorno,
sappiamo che ci sono importanti passi avanti che non sono pubblicizzati
al di fuori del continente. Questa ricerca allarga la nostra visuale».
Delle tragedie, gli africani sono consci eppure guardano lo stesso con
ottimismo al loro futuro e ribadiscono con forza l’amore per la
loro terra. La ricerca mette in evidenza come gli africani siano orgogliosi
anche di molti loro leader. Primo fra tutti Nelson Mandela, l’ex
presidente del Sudafrica che ha lottato a lungo per l’abolizione
del regime segregazionista di Pretoria. Mandiba (come lo chiamano i connazionali)
è di gran lunga la figura simbolo di un’Africa che vuole
riscattarsi. Nove intervistati su dieci lo hanno indicato come la personalità
internazionale più apprezzata. Accanto a Mandela, riscuotono grande
ammirazione anche Kofi Annan, attuale segretario generale dell’Onu,
e Thabo Mbeki, il presidente del Sudafrica in carica, «erede politico»
di Mandela e mediatore nei processi di pace di molti conflitti africani.
Secondo il sondaggio, non tutti gli africani sarebbero scontenti delle
loro classi politiche. I cittadini di Tanzania, Ghana e Ruanda sono quelli
che manifestano maggiore fiducia nei propri Governi. Al contrario delle
persone intervistate in Zambia: la maggior parte di esse lamenta il fatto
che il proprio Paese è peggiorato rispetto a un anno fa. |
Medio Oriente
L’Iran annuncia: «Stop al nucleare» |
L’Iran ha comunicato con due lettere all’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) la decisione di sospendere
le attività di arricchimento dell’uranio. In un primo tempo,
Teheran si era riservata la possibilità di utilizzare centrifughe
a gas per scopi di ricerca ma, con la seconda lettera ha dichiarato di
essere pronta a sospendere anche l’uso delle centrifughe. Questa
riserva aveva rischiato di mandare a monte l’intesa con l’Aiea.
La decisione è la conseguenza dell’accordo raggiunto in precedenza
tra Teheran e l’Unione Europea, con la mediazione di Francia, Germania
e Gran Bretagna. In base all’accordo, l’Iran ha dichiarato,
aderendo all’invito dell’Aiea, di aver cessato ogni attività
di arricchimento dell’uranio e di aver sospeso produzione, importazione
e assemblaggio di centrifughe a gas (strumenti necessari per il processo
di arricchimento), e di essere pronto a sottoporre laboratori e luoghi
di stoccaggio al controllo della stessa Aiea. Nell’accordo si ribadisce
l’accettazione da parte di Teheran del Trattato di non proliferazione
nucleare, in base al quale l’Iran dichiara di non voler entrare
in possesso di ordigni nucleari, né ora né in futuro.
L’accordo dovrebbe spingere gli Stati Uniti a cambiare atteggiamento
nei confronti di Teheran. «Non hanno più scuse - ha detto
il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Hamed Reza Asefi -,
in condizioni normali dovrebbero cambiare atteggiamento, ma se tutta questa
vicenda è stata solo un pretesto per fare pressioni sull’Iran,
allora continueranno con la solita politica».
L’Iran ha evitato per ora il deferimento al Consiglio di sicurezza
dell’Onu, un rischio che avrebbe potuto derivare dalle decisioni
dell’Aiea (un’agenzia dell’Onu). La sospensione resterà
in vigore fino a quando l’Iran avrà negoziato un accordo
a lungo termine con l’Aiea, previsto per i prossimi mesi. La decisione
di Teheran sarà determinante per superare le pressioni americane
per un deferimento dell’Iran al Consiglio di sicurezza, che potrebbe
comportare sanzioni, anche se questa eventualità è osteggiata
da Pechino, che dispone del diritto di veto. Asefi ha aggiunto che il
suo Governo è pronto a negoziati con gli Usa. |
europa
Romania: elezioni in vista dell’Europa |
Si è chiusa una stagione elettorale per la Romania
che in due settimane ha cambiato Presidente e rinnovato il Parlamento.
Dal ballottaggio per elezioni presidenziali svoltosi il 12 dicembre è
uscito vincitore Traian Basescu, 53 anni, già sindaco della capitale
Bucarest, che con il 52% dei voti ha sconfitto di stretta misura Adrian
Nastase, Primo Ministro sotto la presidenza di Ion Iliescu. Al primo turno,
il 28 novembre, Nastase aveva ottenuto la maggioranza relativa (41%).
Nel rinnovo del Parlamento, avvenuto lo stesso giorno, il Partito socialdemocratico
di Nastase aveva leggermente aumentato i consensi (circa il 40%). L’alleanza
centrista che ha sostenuto Basescu ha ottenuto il 34%. È risultato
in calo, invece, il partito nazionalista di destra che, rispetto al 2000,
è sceso dal 20 al 13%.
Le elezioni mostrano una spaccatura quasi a metà nel Paese, fra
una classe media delle città maggiormente convinta dalle riforme
promesse da Basescu e un voto delle campagne rimasto legato agli ex-comunisti
guidati da Nastase. Basescu, che fino a poco tempo fa non era un personaggio
di fama nazionale, si è fatto conoscere per i suoi attacchi alla
corruzione e a metodi «mafiosi» di gestione del potere. Basescu,
come Nastase, ha posto al centro del suo programma l’Europa. La
Romania è impegnata nei negoziati per aderire all’Unione
europea il 1° gennaio del 2007. L’obiettivo accomuna la maggioranza
dei romeni che vedono nell’Europa la strada obbligata per uscire
da una situazione di povertà che ha caratterizzato questi 15 anni
di democrazia. Gli ultimi capitoli di riforme in discussione (fiscalità,
competizione e giustizia) si sono chiusi entro il 2004, consentendo di
rispettare la tabella di marcia per l’adesione. Ma i rumeni non
si sono fatti entusiasmare dai toni populisti della campagna elettorale,
delusi da una classe dirigente in gran parte riciclata dopo il comunismo
e ancora gravati da una situazione di grande povertà e corruzione
diffusa. I giovani vedono nell’Occidente l’unica speranza
per il futuro e continuano a emigrare (dal 2003 sono il principale gruppo
di stranieri in Italia). |
asia e oceania
Cina: la faccia oscura dello sviluppo |
Lo straordinario sviluppo economico della Cina e la sua
conseguente fame di energia sono pagate a caro prezzo dai lavoratori,
in particolare nell’industria estrattiva.
Quello avvenuto il 26 novembre 2004 a Chenjiashan, nello Shaanxi, una
regione della Cina centrale, è stato l’incidente più
grave degli ultimi dieci anni: 166 minatori hanno perso la vita a causa
di un’esplosione di gas in una miniera di carbone di proprietà
dello Stato. Nonostante nella miniera fosse scoppiato un incendio una
settimana prima, i minatori erano stati costretti a riprendere l’attività,
con la minaccia di punizioni o di licenziamento. Nei primi nove mesi del
2004 le cifre ufficiali parlano di 4.153 morti nelle miniere, dove le
condizioni di sicurezza sono insufficienti o totalmente inesistenti. Ma
è certo che le vittime sono molte di più, perché
molti incidenti non vengono denunciati né registrati.
Secondo le stime del China Labour Bulletin (Rivista cinese del lavoro),
un’organizzazione sindacale indipendente con sede a Hong Kong che
si propone di monitorare le attività lavorative nella Cina continentale,
le vittime sarebbero circa 20mila all’anno. A volte i minatori vengono
volutamente lasciati morire, come è avvenuto nel maggio 2002 (il
caso è stato denunciato dalla stampa ufficiale cinese), quando
21 di essi rimasero bloccati per un’esplosione in una miniera nel
Nord-Ovest del Paese: il padrone della miniera, invece di tentare di salvarli,
distrusse i documenti dei minatori e fece coprire con la vernice i segni
lasciati dalle fiamme. Proprio la carenza di energia è alla base
dell’aumento del prezzo del carbone, che ha spinto responsabili
delle miniere privi di scrupoli a trascurare gli standard di sicurezza
pur di incrementare la produzione, o a riaprire miniere che erano state
chiuse perché pericolose.
Oltre alla mancanza di misure di sicurezza, è l’arretratezza
tecnologica a peggiorare la condizione delle miniere, dove lo scavo è
spesso condotto a mano: un minatore cinese estrae circa una tonnellata
di carbone al giorno, mentre un minatore americano ne estrae 40. Questo
implica che migliaia di uomini vengono impiegati sottoterra, e spiega
i bilanci catastrofici degli incidenti. |