Scelta
di compromesso, «camaleonte», oppure uomo del consenso,
capace di guidare l’Europa lungo fragili equilibri nel rapporto
con gli Usa e nelle scelte finanziarie dei prossimi anni? La decisione
del Consiglio europeo (i capi di Governo della Ue) di designare l’ex
Primo ministro portoghese José Manuel Durão Barroso alla
guida della Commissione europea allargata a 25 Paesi è arrivata
in luglio dopo una serie di veti incrociati su candidati espressi o
dall’asse franco-tedesco o dai Paesi più vicini agli Usa
in Iraq, in particolare la Gran Bretagna. Una parte considerevole della
stampa europea ha definito la sua nomina una scelta di basso profilo,
un «minimo comune denominatore». Ma nella fase attuale che
attraversa l’Unione, la scelta di un leader capace di mediare
appare obbligata e il Parlamento europeo ha approvato la decisione con
413 voti a favore e 251 contrari.
La stessa carriera politica di Barroso attraversa fasi ed esperienze
assai diverse. Nato a Lisbona 48 anni fa, avvocato, sposato e con tre
figli, Barroso ha alle spalle studi giuridici a Ginevra e a Washington.
Iniziò l’attività politica durante la Rivoluzione
dei Garofani del 1974 come leader di un movimento di estrema sinistra
di ispirazione maoista. Ma sei anni dopo entrava a far parte della principale
forza politica di centro-destra che in Portogallo si chiama Partito
socialdemocratico. Vice-sottosegretario agli interni a soli 29 anni
nel Governo di Cavaco Silva, nel 1987 divenne per cinque anni sottosegretario
agli esteri e fu tra i registi degli accordi di Bicesse (1990) che consentirono
un armistizio nella lunga guerra civile in Angola. Nel 1992 arrivò
alla guida della diplomazia portoghese e nel 1999 del Partito socialdemocratico,
guidando l’opposizione parlamentare fino al 2002, data in cui
ha vinto contro i socialisti ed è diventato Primo ministro di
un Governo conservatore.
Barroso si è schierato a fianco degli Usa nell’invasione
dell’Iraq, ma si è anche espresso per una maggiore integrazione
dell’Europa in senso federale. L’ex leader studentesco ha
guidato l’economia del Portogallo secondo le politiche di mercato
più ortodosse e afferma di volere difendere le regole finanziarie
su cui si fonda l’euro.
Giunto alla guida dell’esecutivo europeo, Barroso deve muoversi
tra forze contrastanti. Prende in mano una Commissione che non ha più
la capacità di guida e indirizzo che aveva negli anni ’80
e nei primi anni ’90. I Governi nazionali infatti hanno oggi in
mano le redini delle istituzioni, hanno modellato la nuova costituzione
secondo le loro necessità, controllano saldamente la politica
estera e quella fiscale e cercano di ridurre il budget comunitario,
nonostante il bisogno di rispondere alle richieste di una Europa attiva
nello sviluppo dei nuovi Paesi membri, nella lotta al terrorismo, nella
ricerca e nelle infrastrutture. D’altra parte il Parlamento di
Strasburgo ha guadagnato di autorevolezza e influenza, come si è
visto nella bocciatura di alcuni commissari che hanno costretto Barroso
a modificare le prime nomine e a rinviare il voto del Parlamento, che
il 17 novembre si è espresso a favore della nuova Commissione
con 449 voti contro 149 e 82 astenuti. Davanti all’assemblea Barroso
ha affermato che lavorerà per «un modello europeo forte,
basato su dinamismo economico e giustizia sociale». Segni che
il percorso del nuovo Presidente della Commissione richiederà
grandi doti di equilibrismo.
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