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  Gennaio 2005 - Cosmorama

Primopiano
José Manuel Durão Barroso

Scelta di compromesso, «camaleonte», oppure uomo del consenso, capace di guidare l’Europa lungo fragili equilibri nel rapporto con gli Usa e nelle scelte finanziarie dei prossimi anni? La decisione del Consiglio europeo (i capi di Governo della Ue) di designare l’ex Primo ministro portoghese José Manuel Durão Barroso alla guida della Commissione europea allargata a 25 Paesi è arrivata in luglio dopo una serie di veti incrociati su candidati espressi o dall’asse franco-tedesco o dai Paesi più vicini agli Usa in Iraq, in particolare la Gran Bretagna. Una parte considerevole della stampa europea ha definito la sua nomina una scelta di basso profilo, un «minimo comune denominatore». Ma nella fase attuale che attraversa l’Unione, la scelta di un leader capace di mediare appare obbligata e il Parlamento europeo ha approvato la decisione con 413 voti a favore e 251 contrari.
La stessa carriera politica di Barroso attraversa fasi ed esperienze assai diverse. Nato a Lisbona 48 anni fa, avvocato, sposato e con tre figli, Barroso ha alle spalle studi giuridici a Ginevra e a Washington. Iniziò l’attività politica durante la Rivoluzione dei Garofani del 1974 come leader di un movimento di estrema sinistra di ispirazione maoista. Ma sei anni dopo entrava a far parte della principale forza politica di centro-destra che in Portogallo si chiama Partito socialdemocratico. Vice-sottosegretario agli interni a soli 29 anni nel Governo di Cavaco Silva, nel 1987 divenne per cinque anni sottosegretario agli esteri e fu tra i registi degli accordi di Bicesse (1990) che consentirono un armistizio nella lunga guerra civile in Angola. Nel 1992 arrivò alla guida della diplomazia portoghese e nel 1999 del Partito socialdemocratico, guidando l’opposizione parlamentare fino al 2002, data in cui ha vinto contro i socialisti ed è diventato Primo ministro di un Governo conservatore.
Barroso si è schierato a fianco degli Usa nell’invasione dell’Iraq, ma si è anche espresso per una maggiore integrazione dell’Europa in senso federale. L’ex leader studentesco ha guidato l’economia del Portogallo secondo le politiche di mercato più ortodosse e afferma di volere difendere le regole finanziarie su cui si fonda l’euro.
Giunto alla guida dell’esecutivo europeo, Barroso deve muoversi tra forze contrastanti. Prende in mano una Commissione che non ha più la capacità di guida e indirizzo che aveva negli anni ’80 e nei primi anni ’90. I Governi nazionali infatti hanno oggi in mano le redini delle istituzioni, hanno modellato la nuova costituzione secondo le loro necessità, controllano saldamente la politica estera e quella fiscale e cercano di ridurre il budget comunitario, nonostante il bisogno di rispondere alle richieste di una Europa attiva nello sviluppo dei nuovi Paesi membri, nella lotta al terrorismo, nella ricerca e nelle infrastrutture. D’altra parte il Parlamento di Strasburgo ha guadagnato di autorevolezza e influenza, come si è visto nella bocciatura di alcuni commissari che hanno costretto Barroso a modificare le prime nomine e a rinviare il voto del Parlamento, che il 17 novembre si è espresso a favore della nuova Commissione con 449 voti contro 149 e 82 astenuti. Davanti all’assemblea Barroso ha affermato che lavorerà per «un modello europeo forte, basato su dinamismo economico e giustizia sociale». Segni che il percorso del nuovo Presidente della Commissione richiederà grandi doti di equilibrismo.


Francesco Pistocchini




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