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Martiri in Inghilterra (1581 - 1679)

In questa memoria si ricordano in primo luogo dieci santi martiri della Compagnia di Gesù, che nei secoli XVI e XVII nell'Inghilterra e nel Galles furono uccisi per la professione della fede cattolica; sono stati canonizzati da Paolo VI nel 1970. Essi sono: Edmondo Campion (+ 1 dicembre 1581), Alessandro Briant (+ 1 dicembre 1581), Roberto Southwell (+ 21 febbraio 1595), Enrico Walpole (+ 7 aprile 1959), il coadiutore Nicola Owen (+ 2 marzo 1606), Tommaso Garnet (+ 23 giugno 1608), Edmondo Arrowsmith (+ 28 agosto 1628), Enrico Morse (+ 1 febbraio 1645), Filippo Evans (+ 22 luglio 1679) e Davide Lewis (+ 27 agosto 1679). Insieme a loro si celebrano in questo giorno sedici beati martiri della Compagnia di Gesù, che nella stessa persecuzione tra gli anni 1573 e 1679, subirono il martirio.


Biografia da: IN CRISTO GESÙ, Profili spirituali - Milano 1974

Dei dieci santi martiri la cui festa si celebra i primi otto sono inglesi, gli altri due gallesi. Tutti impiccati e squartati, eccettuato Fratel Nicola Owen, che morì mentre veniva torturato. Tutti, eccetto i PP. Campion e Briant furono condannati per lo "Statutory Act", promulgato da Elisabetta I nel 1585, che considerava alto tradimento per un sacerdote (e più particolarmente per un gesuita) risiedere nei Territori della Regina. Campion e Briant morirono sotto l'imputazione degli "Acts of Persuasion" de1 1581, che dichiaravano (sempre punibile con la morte) il riconciliare o essere riconciliato alla fede cattolica.

Scopo della nostra vocazione

La missione dei gesuiti in Inghilterra incominciò con l'arrivo di Edmondo Campion e Roberto Persons ne1 1580; e fu Campion nel suo famoso "Brag" o manifesto al Consiglio Privato della Regina, messo in circolazione entro un mese dal suo arrivo, a descrivere succintamente "lo scopo della nostra vocazione" nei termini della missione inglese:
"E, per quanto riguarda la nostra Compagnia, abbiamo fatto un'alleanza -tutti i gesuiti nel mondo, la cui successione e numero deve oltrepassare ogni possibilità dell'Inghilterra -di portare lietamente la croce c e di non disperare mai di potervi ricuperare finché riamane un uomo da godere il vostro Tyburn, o per subire le vostre torture o consumarsi nelle vostre prigioni. Il prezzo è stato calcolato, l'impresa è incominciata; è di Dio, non vi si può opporre resistenza. Così la fede è stata impiantata; così deve essere ripristinata".

Quasi un secolo trascorre dal martirio di Edmondo Campion (1581) a quello di David Lewis (1679), tra il primo e l'ultimo dei gesuiti giustiziati durante la lunga persecuzione conosciuta come la Riforma Inglese. (Altri sei gesuiti, incarcerati appunto perché sacerdoti, morirono a causa dei maltrattamenti fra il 1679 e il 1692). Ciò che li unisce, insieme alla loro comune vocazione, è la causa e la costanza della loro testimonianza con il sangue. Sarà David Lewis, parlando dal patibolo, a parlare per tutti:
"Sono Cattolico Romano; sono un prete Cattolico Romano; un prete Cattolico Romano di quell'Ordine religioso chiamato la Compagnia di Gesù; e benedico il momento in cui fui chiamato sia alla fede che al mio ministero. Vi prego ora di constatare che fui condannato per aver detto Messa, ascoltato confessioni, amministrato i sacramenti".

La realtà della comunità apostolica

Essi erano uniti anche nella loro profonda comprensione della vita religiosa apostolica. Sebbene ognuno di loro fosse dotato di eccezionali doti di comando -tale era l'influenza di Fratel Nicola Owen sui laici cattolici che il suo ingresso nella Compagnia dovette essere tenuto segreto, affinché il Provinciale non venisse subissato da entusiastiche ma irrealizzabili richieste di entrare nella Compagnia come fratelli -, il loro alto senso di responsabilità e iniziativa personale era subordinato ai rapporti di obbedienza e trovò in essa la sua più profonda radice. Quando Edmondo Campion si congedò dal suo superiore Roberto Persons per l'ultima volta (aveva fatto il suo rendiconto di coscienza e rinnovato i voti), gli chiese che Fratel Rodolfo Emerson fosse suo superiore durante un viaggio a Norfolk. (Fu il riluttante consenso di Emerson alle insistenze della famiglia a Lyford Grange, perché lui e Campion prolungassero il loro soggiorno, che provocò la cattura di Campion). Nulla poteva ostacolare i loro incontri semestrali - un periodo di ritiro per la preghiera e la contemplazione, per la confessione generale e il rendiconto, per programmare insieme la strategia e la tattica dell'apostolato -nemmeno le terribili cacce ai preti susseguitesi alla spedizione della "Spanish Armada" (1588) e al complotto delle Polveri (novembre 1605). Talvolta questi incontri della comunità si tenevano anche in prigione, come in occasione della ultima professione di Enrico Morse, nella prigione londinese di Newgate. Sarebbe difficile immaginare che qualcuno sia rimasto a lungo nella Missione inglese senza possedere uno spiccato spirito di conservazione e di iniziativa personale; e tuttavia, come Giovanni Gerard (compagno di missione di Roberto Southwell, Tommaso Garnet, Enrico Walpole e Nicola Owen), testimonia:

"Regolarmente due volte all'anno tutti noi ci riuniamo per dargli (al superiore) il nostro semestrale rendiconto di coscienza e per offrire a Gesù nostro Signore il rinnovamento dei nostri voti. Come posso testimoniare, questa buona consuetudine della Compagnia è stata di grande aiuto per gli altri... Non ho mai trovato altro che mi abbia fatto maggior bene di questo. Rinvigoriva la mia anima per affrontare tutti i doveri della mia vita come gesuita e per compiere tutto ciò che si richiede da un sacerdote nella missione".

Roberto Southwell stesso scrive nello stesso tenore:

"Abbiamo rinnovato tutti insieme, traendone grande conforto, i voti della Compagnia, secondo l'usanza, trascorrendo alcuni giorni in esortazioni e colloqui spirituali. Aperuimus ora et attraximus spiritum".

La formazione dell'apostolo gesuita

Southwell vedeva in questi incontri di comunità "l'inizio di una vita religiosa stabilitasi in Inghilterra". E in realtà, uomini come Enrico Morse, David Lewis e Filippo Evans ebbero l'esperienza di questa vita nella loro maturità. Sebbene Filippo Evans avesse soltanto trentacinque anni quando fu martirizzato, era già gesuita da quindici anni. David Lewis lavorò per trentun'anni nella missione gallese e negli ultimi dieci anni fu superiore di una comunità di dodici sacerdoti gesuiti. Enrico Morse visse per ventun'anni come gesuita. Il suo noviziato sembra sia stato la combinazione ideale di periodi di ritiro e di "attività formativa". Già sacerdote con esperienza di missione, trascorse i primi mesi in una "casa per esercizi" di Newcastle, organizzata per i gesuiti dai cattolici del distretto: studio e raccoglimento si alternavano qui con l'esercizio del ministero per i cattolici dei dintorni. Poi il suo superiore decise che finisse il suo noviziato all'estero, in un periodo di completo ritiro. L'ordine del superiore venne eseguito, ma non nel modo progettato. All'inizio del suo viaggio Enrico Morse fu arrestato e fini il suo noviziato nell'isolamento di una prigione di Newcastle, con un gesuita compagno di prigionia, nominato suo maestro dei novizi.

La "Schola Affectus"

Le luride prigioni inglesi del sedicesimo e diciassettesimo secolo si rivelarono noviziati ideali, sia per entrare nella Compagnia, che nel Regno celeste. Fu qui che questi dieci, uno dopo l'altro, divennero esperti discepoli nella Schola affectus, e vi ricevettero le più profonde consolazioni e realizzarono quell'unione personale con Cristo nostro Signore, della quale il martirio è il simbolo supremo. Cosi Alessandro Briant che subì il martirio e mori novizio, torturato forse più crudelmente di qualsiasi altro martire, imparò in prigione il significato del motto sub vexillo crucis Deo militare. Dopo la tortura e nei lunghi giorni di reclusione in isolamento, egli si fabbricò una piccola croce di legno, disegnandovi con il carbone l'immagine di Gesù crocifisso. Quando, mentre veniva processato, gli fu chiesto di separarsene, egli rispose: "Non lo farò mai, poiché sono un soldato della Croce, né mai per l'avvenire abbandonerò fino alla morte questa bandiera".

Lo spirito degli Esercizi: l'offerta della perfetta carità

La prigione era il comune luogo sia per fare che per dirigere gli Esercizi Spirituali, come spesso testimonia Giovanni Gerard nella sua Autobiografia. Briant contemplava sulla ruota la passione del suo Maestro; ed era così potente la dolcezza e la consolazione dello Spirito che, per un certo tempo, il suo corpo non senti più alcuna sofferenza. Anche Edmondo Arrowsmith entrò nella Compagnia in prigione, ed il suo primo biografo, scrivendo due anni dopo la sua morte, dice di lui in questo contesto: "Egli era deciso a fare un completo sacrificio di sé, risolse di non serbare nulla per sé, nemmeno la propria volontà, offrendosi a Dio con i voti religiosi, facendo la rinuncia di sé che la perfezione dello stato religioso richiedeva, una preparazione per il suo martirio futuro". È stato anche Arrowsmith (prese il nome di Edmondo in occasione della sua cresima, a motivo del suo devoto amore per Edmondo Campion) ad offrire sul patibolo la propria parafrasi del "Prendi e ricevi":

"O Gesù, mia vita e mia gloria, restituisco lietamente la vita da te ricevuta, e che se non fosse un tuo dono non sarei in grado di restituire. Ho sempre desiderato, o Signore dell'anima mia, di dedicare la mia vita a te e per te. Il perdere la vita per amor tuo lo considero un favore per me... Muoio per amor tuo".

Giovanni Gerard, prigioniero nella Torre di Londra nel 1597, parla di questa stessa aspirazione d'amore nel cuore di Enrico Walpole, che aveva occupato la stessa cella due anni prima e che aveva laboriosamente inciso sulla parete i nomi di Gesù, di Maria e dei nove cori angelici: Walpole, il cortigiano, cacciatore e poeta, che aveva scritto:

"Il falconiere cerca di vedere un volo. Il cacciatore cerca di vedere la sua selvaggina. Sospira, o anima mia, di godere quella vista e lotta per goderne allo stesso modo".

Contemplazione e azione

Questo amore di Dio, questo ardente desiderio di dedicarsi completamente a lui, è la caratteristica speciale di tutti questi gesuiti martiri. Questa è forse la sola spiegazione soddisfacente di come l'apparentemente impossibile ideale gesuita -contemplativo nell'azione -possa essere in pratica vissuto. Esso trova la sua più squisita espressione in queste righe della poesia di Roberto Southwell sulla Natività:

"Dio non conosce dono più bello di quello di se stesso,
Nessun uomo può vedere dono migliore che il suo Dio;
Il datore facendosi dono dà se stesso in dono a noi;
Che ognuno che lo riceve sia un dono per questo dono. Dio è il mio dono, egli si diede a me liberamente.
Io sono un dono di Dio e nessuno mi avrà, se non Dio".

L'amore apostolico, unito alla contemplazione affettiva (Cf. Perfectae Caritatis, 5) deve essere per il gesuita un amore di discernimento. L'ascesi della cella della prigione era l'introduzione propria dello Spirito a questo discernimento. Cosi scrisse Tommaso Garnet al suo superiore dalla prigione, pregandolo di dissuadere un gruppo di amici che stavano progettando la sua evasione. Tommaso aveva, per un certo tempo, accarezzato questa idea: vi era tanto da fare per il Signore e per la salvezza degli uomini. Ma pareva ci fosse una voce interiore che lo spingeva nel senso opposto: "No, resisti, persevera, non accettare un cambio cosi poco vantaggioso. In un'ora, con la morte, si otterrà molto di più per il bene comune, che non in molti anni di fatiche". Da questo struggente desiderio d'amore proviene l'hilaritas così cara al cuore di Ignazio. I martiri della Riforma inglese sono famosi per la loro gioia e per il loro umorismo. Nessuno rappresenta meglio questo spirito del gesuita gallese Filippo Evans il quale, nel sentire la notizia della sua esecuzione, si sedette all'arpa che il suo carceriere gli aveva prestato per esprimere nel canto la sua gioia. Una immensa folla si raccolse per assistere alla sua impiccagione, ed egli osservò allegramente che la forca era il miglior pulpito che si potesse avere per predicare. Questi dieci santi gesuiti erano nel gruppo dei quaranta martiri inglesi e gallesi canonizzati da Papa Paolo VI il 25 ottobre 1970. Nella sua omelia il Santo Padre disse:

"La Chiesa e il mondo di oggi hanno sommamente bisogno di tali uomini e donne, di ogni condizione e stato di vita, sacerdoti, religiosi e laici, perché solo persone di tale statura e di tale santità saranno capaci di cambiare il nostro mondo tormentato e di ridargli, insieme alla pace, quell'orientamento spirituale e veramente cristiano a cui ogni uomo intimamente anela - anche talvolta senza esserne conscio - e di cui tutti abbiamo tanto bisogno".

J. Walsh, S.l.


Nella liturgia vengono ricordati il: 1° dicembre

Preghiera

Dio onnipotente ed eterno, cha hai suscitato tra le popolazioni d'Inghilterra e del Galles i santi martiri Edmondo, Roberto e compagni, e li hai resi conformi a Cristo, morto per la salvezza del mondo, concedi, per loro intercessione, che il tuo popolo, fortificato nella stessa fede e nello stesso amore, possa conseguire la gioia dell'eternità.

 

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