Pongráz e Grodziecki, Martiri a Kosice
Agli inizi del secolo XVII, in un periodo di lacerazioni etniche e di guerre di religione, furono arrestati a Kosice tre sacerdoti che si dedicavano con slancio apostolico al bene delle anime. Essi sono: Stefano Pongráz e Melchiorre Grodziecki, sacerdoti della Compagnia di Gesù, e Marco da Krizevci, canonico di Strigonia. Rifiutandosi di abiurare alla fede cattolica, furono sottoposti a crudeli torture e infine, il 7 settembre 1619, uccisi. Il Giovanni Paolo II, il 2 luglio 1995 a Kosice, dichiarò Santi questi martiri di Cristo.
Lettera del P. Generale, P. Peter-Hans Kolvenbach S.I., del 16 maggio 1995, in occasione della canonizzazione dei Martiri di Kosice
Cari Padri e Fratelli,
venendo subito dopo una Congregazione Generale che ha tanto insistito sulla importanza del dialogo nella nuova evangelizzazione, questa lettera a tutta la Compagnia vuole ricordare il martirio di due nostri "compagni", assassinati crudelmente in odium fidei all'inizio di quella guerra dei Trent'anni che ha visto contrapposti, nell'Europa del XVII secolo, cristiani di differenti confessioni. Il prossimo 2 luglio 1995 il Santo Padre canonizzerà a Kosice, in Slovacchia, i beati Stefano Pongrácz e Melchiorre Grodziecki, della Compagnia di Gesù. Con loro sarà elevato all'onore degli altari anche il beato Marco Krizevcanin, fedele amico della famiglia ignaziana, ex-alunno della Compagnia, prima a Graz, poi a Roma nel Collegio Romano e nel Germanico-Ungarico, molto affezionato, fino alle ultime settimane prima del suo martirio, agli Esercizi Spirituali di S. Ignazio.
In un periodo di crudeli lacerazioni e di nazionalismi esacerbati, i futuri martiri, fin dagli inizi della loro vita apostolica, offrirono una testimonianza di cattolicità e di disponibilità. A vent'anni Melchiorre, polacco abitante nella Slesia, e Stefano, ungherese residente in Transilvania, si trovarono nel 1603 nel noviziato di Brno, città posta oggi nella regione Cèca. Ciò che essi avevano ricevuto gratuitamente durante la loro formazione, lo donarono subito con generosità dedicandosi all'educazione di una nuova generazione, chiamata a testimoniare la propria fede cattolica in un ambiente di conflitti religiosi, che nel continente Europeo assunsero la forma violenta di guerra civile.
Quando, verso il 1619, la piccola minoranza di cattolici di Kosice, oggi in Slovacchia, ma a quel tempo capitale dell'Ungheria, è minacciata dal fanatismo dei Pastori e dei capi militari non cattolici, i padri Stefano e Melchiorre lasciano il loro lavoro apostolico di insegnamento e di predicazione, per rispondere a l'urgenza di un più generale servizio. Irradiando il loro apostolato in tutta la regione di Kosice, facendosi carico, loro due soli, di tutti i bisogni pastorali in lingua slava, germanica, ungherese, si erano legati di profonda amicizia con il canonico Marco Krizevcanin. Costui, benché di origine croata, era stato chiamato dal cardinale ungherese Pietro Pázmány, grande amico dei gesuiti, a servizio del clero e del laicato ungherese in quelle regioni duramente provate dalla Riforma. Ai primi di settembre del 1619 un esercito anti-cattolico è sul punto di impadronirsi della città di Kosice. Lasciando da parte tutti gli altri ministeri, il canonico Krizevcanin e il padre Pongracz si uniscono al padre Grodziecki, che già si trova nel cuore della città minacciata, per sostenere, assieme a lui, quel piccolo resto di cattolici nella loro angosciosa situazione. Il 7 settembre, dopo aver rifiutato a più riprese di rinunciare alla loro fede cattolica, soccombono a crudeli torture: Melchiorre e Marco quel giorno stesso, Stefano il giorno dopo. Nessuno di loro aveva ancora superato i quarant'anni.
Evocando così, con poche parole, questo delitto esecrabile, noi prendiamo coscienza che non solo le ultime ore della loro vita, ma l'intera loro esistenza fu contrassegnata da una situazione di martirio. Prima della persecuzione sanguinosa ci fu il sacrificio della solitudine nella fede, ci fu l'appartenere a una minoranza disprezzata e mal compresa, che proprio a motivo della comunione ecclesiale con Cristo diventava una rottura con il proprio ambiente e perfino con la propria famiglia: e questa era per essi la dura realtà di ogni giorno. Come se non bastasse una simile emarginazione a motivo della loro fede tenace, essi dovevano resistere, spiritualmente per superare con coraggio tutte le difficoltà, e apostolicamente per venire incontro ai fedeli minacciati.
Melchiorre, Stefano e Marco sono stati chiamati a un martirio indubbiamente eccezionale; ma le torture da essi subite facevano seguito a un martirio a cui anche tutti noi siamo chiamati. Ossia quella prova della fede che è la continua conversione del nostro cuore di carne ai sentimenti del cuore di Gesù, sottraendoci agli influssi degli idoli di tutti i tempi, e aiutando coloro che Dio ha affidato alle nostre cure a fare altrettanto. Ben sapendo che il dialogo e la partecipazione, il rispetto e la solidarietà, la ricerca di unità e di riconciliazione, gli sforzi pacifici e pazienti che sono ormai una conquista del pluralismo riconosciuto, e sono stati fortemente raccomandati dalla recente Congregazione Generale, non sono paragonbili con quel grande conflitto di verità e di menzogna, di amore e di odio, di vita e di morte che hanno dovuto affrontare i nostri martiri di Kosice.
Come servitori della missione di Cristo - secondo una espressione coniata dalla recente Congregazione Generale - essi hanno amato fino all'estremo coloro che stavano nel mondo, sapendo che questa loro passione per la vera vita del mondo avrebbe comportato una dura lotta con questo stesso mondo, ancora oggi così violento, inumano, radicato alla terra. Lontani dall'essere dei militanti del fondamentalismo, Stefano, Marco e Melchiorre sono degli appassionati, per nulla alla ricerca di divisioni o di una morte eroica, ma nemmeno disposti a trattare come merce di scambio la loro sola ricchezza che è il Signore Gesù. Quando, alla luce di Cristo, dovettero constatare che il disaccordo era insuperabile, che si andava incontro al rischio di una dura prova e persino della morte, non si sono tirati indietro, confessando senza riserve e senza ambiguità, sino alla fine, il nome di Colui che giustificava il loro "si" e il loro "no": Gesù Cristo.
Questi testimoni della fede si riconoscerebbero nello spirito della 34ª Congregazione Generale, là dove essa dichiara che la Compagnia deve proclamare il suo Signore in mezzo a un mondo che plaude al prestigio, al potere, all'autosufficienza. Predicando a questo mondo il Cristo povero e umiliato, con fedeltà e coraggio, possiamo aspettarci umiliazioni, persecuzioni e la stessa morte: e noi siamo stati testimoni di vicende simili che hanno coinvolto nostri confratelli in questi ultimi anni. Nonostante ciò noi intendiamo continuare per la nostra strada, con decisione, desiderando rassomigliare in qualche modo al nostro Creatore e Signore Gesù Cristo, e imitarlo perché egli è la via che conduce tutti alla vita (Es. Gen. 101). Oggi come ieri, questa devozione profonda e personale a Gesù Cristo è la strada che principalmente caratterizza il modo di agire proprio dei gesuiti.
Che i Santi Melchiorre, Marco e Stefano intercedano per noi, e ci ottengano che le opzioni fondamentali della 34ª Congregazione Generale, che furono anche le loro, non si fermino alle parole e alle teorie, ma passino nella pratica del nostro agire quotidiano. Illuminati e incoraggiati dai nostri Martiri di Kosice, noi potremo veramente amare e servire a Sua divina Maestà (Es. spir. 230, 233).
Fraternamente nel Signore
Peter-Hans Kolvenbach, S.I.
Superiore Generale
Roma, 16 maggio 1995
festa di S. Andrea Bobola S.I.
Nella liturgia vengono ricordati il: 7 settembre
Preghiera
O Dio, che nei santi martiri [di Kosice] Stefano, Melchiorre e Marco hai dato al tuo popolo pastori indefettibili e strenui difensori della fede, per loro intercessione, concedi a noi il tuo sostegno nelle tribolazioni e la grazia di crescere costantemente nella fede.
- Istvan Pongrįcz (1619)
Nella liturgia viene ricordato il: 7 settembre
Qualifica: Sacerdote
Motivo: Martire - Melchior Grodziecki (1619)
Nella liturgia viene ricordato il: 7 settembre
Qualifica: Sacerdote
Motivo: Martire