Lettera del P. Generale, P. Peter-Hans Kolvenbach S.I.
Lettera del P. Generale, P. Peter-Hans Kolvenbach S.I., del 19 marzo 1987, in occasione della beatificazione del P. Rupert Mayer
Cari Fratelli in Cristo, P.C.
Il P. Rupert Mayer era un uomo straordinario. Con il suo amore inventivo riusciva a sfondare dove altri tentavano senza successo. Come un profeta, egli era capace di cogliere immediatamente cose che rimanevano oscure e ambigue a molti uomini del suo tempo. Era un uomo animato da un amore grande e creativo, che gli consentiva di non arrendersi, con un coraggio che lo rendeva audace anche sul piano politico. Percepiva l'ingiustizia in modo così acuto da non poter tacere; sosteneva con energia i poveri, era loro amico e si opponeva apertamente a chiunque li trattasse ingiustamente. È soprattutto la testimonianza critica e coraggiosa della Fede che ha fatto di lui, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, un personaggio profetico che s'imponeva all'attenzione.
Le righe precedenti riportano le testimonianze di religiosi che sono stati compagni del P. Rupert Mayer. Il 3 maggio prossimo, a Monaco, il Papa Giovanni Paolo Il beatificherà questo gesuita della Provincia della Germania Superiore; risponderà così all'auspicio espresso da molti credenti - a Monaco, in Germania e altrove - che questo eminente sacerdote sia riconosciuto dalla Chiesa come uno dei santi nei quali Dio ha manifestato in modo luminoso la sua opera di salvezza in questo mondo.
Il P. Rupert Mayer offre ai gesuiti del nostro tempo un messaggio particolarmente significativo, e incarna in modo vivo ciò che le ultime Congregazioni Generali ci dicono sulla nostra vocazione ignaziana.
Egli nacque a Stuttgart, nella Germania sud occidentale, il 23 gennaio 1876, fu ordinato prete nel 1899 e lavorò in un primo tempo come vicario parrocchiale. Nel 1900 entrò nel noviziato della Compagnia a Feldkirch, in Austria; e poiché la Compagnia non era allora riconosciuta in Germania, dovette proseguire i suoi studi all'estero. Divenne in seguito Socio del Maestro dei novizi e per diversi anni predicatore delle missioni popolari in Germania, Austria e Svizzera. Nel 1912 gli fu richiesto di assumere la cura pastorale degli immigrati a Monaco. Fu confondatore di una congregazione di religiose che esercitava la sua opera presso le famiglie. Divenne cappellano militare nel 1914, all'inizio della prima guerra mondiale; nel 1916 rimase gravemente ferito e gli si dovette amputare la gamba sinistra. Dal 1917 riprese le sue attività pastorali a Monaco, predicando, confessando nella nostra chiesa di San Michele, e provvedendo instancabilmente alle necessità dei poveri. Nel 1921 divenne cappellano della Congregazione Mariana degli uomini e nel 1925 inaugurò la messa domenicale per i viaggiatori nella stazione ferroviaria. Seguiva sempre con vigile attenzione l'evoluzione politica della Germania e si oppose coraggiosamente al nazionalsocialismo per difendere la libertà della Chiesa cattolica, la fede cristiana e i diritti dei perseguitati.
Arrestato e condannato una prima volta nel 1937, fu arrestato di nuovo nel 1938 e nel 1939, e fu inviato nel campo di concentramento di Oranienburg vicino a Berlino. Dal 1940 fino alla fine della guerra rimase in domicilio coatto nel monastero benedettino di Ettal, nella Baviera settentrionale. Tornò quindi a Monaco, dove morì durante la celebrazione della messa il giorno di tutti i Santi del 1945.
Le sue attività di sacerdote gesuita erano interiormente unificate dalle sue convinzioni. Quello che le parole e i gesti esprimevano con costanza e fermezza nasceva dalle profondità del suo essere. Il suo attaccamento a Dio gli permetteva di discernere gli spiriti, e fece di lui un campione deciso dei diritti di Dio e dell'uomo. Faceva suo il grido di San Paolo: "Guai a me se non annunciassi il Vangelo!" (1 Cor. 9, 16). Quando diceva: "Non posso tacere", era soprattutto per difendere con accanimento la verità calpestata. Morì durante l'omelia, mentre ripeteva il nome di Colui che aveva servito per tutta la vita: "il Signore ... il Signore". La sua preghiera preferita era: "Signore, come voi volete, quando vorrete, tutto quello che volete, perche lo volete ... così sia".
Al di là delle parole, egli confermava l'attaccamento alla verità con un amore fattivo. In tutto quello che faceva, la proclamazione della Buona Notizia era intimamente legata all'impegno a favore dei poveri e degli oppressi. In molte maniere viveva "l'opzione preferenziale per i poveri"; in essi riconosceva il Signore in persona, e in questo ci serve di esempio. Grazie alle Congregazioni Mariane formò dei laici responsabili che divennero compagni d'apostolato nella proclamazione del messaggio della Fede, nella difesa dei perseguitati, nella cura dei poveri. La sua opera ci ricorda la necessità di adattare costantemente l'apostolato ai bisogni del momento e di prendere le iniziative che possono meglio servire una società in via di trasformazione.
Nella lettera che il Santo Padre mi ha consegnato a Paray-le-Monial, egli ci esorta di nuovo a promuovere la devozione al Cuore di Gesù, che è intimamente legata agli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio e che intensifica la nostra unione personale con il Cristo. Il P. Rupert Mayer può aiutarci a cogliere i frutti di questa devozione: è la sua "profonda conoscenza interiore" del Signore che ha fatto di lui un uomo "per gli altri".
Mi auguro che la sua beatificazione susciti in noi una riscoperta del mistero della nostra vocazione di gesuiti, e ci faccia ancor più apprezzare questa vocazione che egli ha vissuto in modo così segnalato in un'epoca ancora molto vicina alla nostra.
Molto fraternamente vostro in Gesù Cristo
Peter-Hans Kolvenbach, S.I.
Roma, 19 marzo 1987 Superiore Generale
Festa di San Giuseppe