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P. Giovanni Fausti (1899 - 1946)

Motivo: Martire in Albania

Fu in un triste pomeriggio dell'autunno 1943 che incontrai per la prima volta Padre Giovanni Fausti. Lavoravo allora all'ospedale generale di Tirana. Alcune suore mi avevano chiesto di trovare al più presto un sacerdote gesuita per amministrare gli ultimi sacramenti a un morente. Subito corsi alla residenza della Compagnia di Gesù in città, in cerca del P. Fausti, il quale per combinazione mentre io chiedevo di lui in portineria, stava proprio uscendo. Non appena ebbe sentito la mia richiesta inforcò la sua bicicletta per precipitarmi all'ospedale. Quando anch'io fui di ritorno, le suore mi chiesero chi fosse quello straordinario sacerdote che mi aveva preceduto, esprimendo per lui ammirazione e profondo rispetto. Risposi di sapere soltanto che era l'ex rettore del seminario pontificio di Shkodra (Scutari) e che si era trasferito nella residenza dei gesuiti di Tirana da qualche settimana. Tuttavia la prontezza con cui aveva risposto alla mia richiesta e il grande interesse umano dimostrato per il morente mi fecero capire che si trattava di un uomo dalle qualità eccezionali.

Questo fu l'inizio dei miei contatti con lui. Da quel giorno diventammo sempre più amici, specialmente perché tutti e due nutrivamo grande preoccupazione per la tragica situazione in cui si trovavano in quei tempi tristi gli italiani d'Albania e gli stessi albanesi. Inoltre cominciai ad andare da lui regolarmente per la confessione e questo di per sé dà la misura della potente influenza che la forza della sua serenità esercitò su di me. E fu così che ebbi il privilegio di conoscere sempre meglio quest'uomo dall'animo nobile e dal cuore grande e semplice, le cui qualità si rivelarono a tutti durante gli eventi tribolati che seguirono.

Nel tormentoso periodo dopo il 1943, per gli italiani e per altri senzatetto, perseguitati e maltrattati, ammalati e denutriti, privi di alcuna possibilità di rimpatrio, P. Fausti rappresentò un rifugio sia materiale che spirituale. Egli si dimostrò un vero padre, amico, consigliere, avvocato e protettore per tutti coloro che ne avevano bisogno. In ogni modo possibile cercò di aiutare fisicamente e moralmente quelli che invocavano il suo aiuto.

Dato che era italiano di nascita, era naturale che desiderasse soccorrere i compatrioti, ma il suo cuore era ugualmente sensibile alla situazione critica della popolazione locale a cui rispose come uomo e come sacerdote. Ben presto avrebbe servito gli albanesi come testimone della Fede.

P. Fausti lasciò un ricordo indelebile non solo a me, ma anche ai miei compagni. Noi tutti ricordiamo le sue opere di incoraggiamento e i suoi sforzi a favore degli affamati e degli indifesi. Lo ricordiamo anche durante i disordini del 1944 quando fu gravemente ferito dai nazisti mentre tentava di condurre alcuni albanesi nel santuario della chiesa dei gesuiti. Lo abbiamo sempre visto tranquillo, deciso e soprattutto sereno. Durante tutta la sua vita di azione e di studio conservò sempre una gioia infantile e una semplicità di cui faceva mostra perfino quando giocava a carte o a bocce con i confratelli o con uno di noi.

P. Fausti era nato il 19 ottobre 1899 a Brozzo, in provincia di Brescia, nell'Italia settentrionale. Entrò nell'Ordine dei gesuiti come studente e si laureò summa cum laude in filosofia e teologia all'università Gregoriana di Roma. Insegnò in Italia (Milano e Torino) nonché in Albania, dove giunse come scolastico [gesuita nel periodo della formazione, n.d.r.] e dove poi diventò professore e rettore del seminario pontificio di Shkodra. La sua vita intensa ed esemplare, il suo vasto patrimonio culturale e la sua viva sensibilità per le sofferenze e i bisogni altrui avevano sempre stupito coloro che lo conobbero e lo ebbero come amico. La gente restava affascinata dalla sua intelligenza e semplicità e capiva che lo guidavano una mente serena, libera da pregiudizi, e un'anima ardente in sintonia con gli ideali apostolici della bontà e della pace. Vederlo incedere verso l'altare così sereno e dignitoso colmava il cuore dei presenti di una devozione fervida e ardente.

Alla fine del novembre 1944, i tedeschi furono costretti a ritirarsi dall'Albania, lasciando campo libero ai comunisti albanesi (con l'aiuto anglo-americano) di installarvi il loro governo, sotto il controllo della Jugoslavia. Ben presto i comunisti diedero inizio a una campagna ispirata dai propagandisti russi e jugoslavi per screditare il clero cattolico. Col tempo, ciò che era stato solo una calunnia si trasformò in aperta persecuzione e i gesuiti furono i primi ad essere attaccati. Allora P. Fausti (1945) era già vice-provinciale della Compagnia in Albania. Nello stesso anno, il 31 dicembre, lui e P. Daniel Dajani, rettore del seminario pontificio e del St. Xavier's College (Saverianum), furono accusati di svolgere attività anti comunista e arrestati. Denunce di propagandismo furono rivolte specialmente contro P. Fausti allo scopo di farlo apparire agli occhi della popolazione come un politicante traditore della nazione asservito agli occidentali e spia del Vaticano. L'intento reale dell'attacco tuttavia era di eliminare una persona che rappresentava un ostacolo sulla via del dominio assoluto del regime comunista ateo in Albania.

Consapevole della gravità del momento, P. Fausti poteva prevedere il suo destino, ma senza perdersi di coraggio e sapendosi innocente affrontò la sentenza con forza quasi divina. Fu picchiato e umiliato e non si lamentò e ribellò mai, anzi rispose con parole di perdono e di benedizione. Accettò la condanna a morte con la serenità del forte e del giusto che morendo sa di trionfare sulla debolezza dei suoi oppressori.

Il 4 marzo 1946, prima dell'alba, P. Fausti e i suoi compagni condannati con lui furono trasportati in furgone in una località dietro il cimitero cattolico di Shkodra. Invitato a esprimere le ultime volontà, il gesuita con voce chiara e vibrante disse: "Sono contento di morire nel compimento del mio dovere. Viva Cristo Re" Dopo aver pronunciato anche loro le ultime parole, i suoi sette compagni levarono all'unisono la voce in lode di Dio e della madre patria, esclamando: "Viva Cristo Re! Viva l'Albania!" Poi i fucili lasciarono partire le scariche. Il cielo di Shkodra si inumidì e la rugiada del mattino parve il pianto gentile di pena e di dolore di fronte al tremendo spettacolo: il sangue dei martiri che scorreva e intrideva quella fangosa terra albanese che il gesuita tanto aveva amato.

Il popolo accorse e alcuni si inginocchiarono accanto al martire, altri cercarono di strappare un pezzetto di stoffa dei suoi abiti per conservarlo come reliquia, ma i calci dei fucili dei soldati li cacciarono via. Dopo un paio d'ore, i corpi furono gettati in una fossa comune. La gente albanese chiama devotamente quel campo dietro il cimitero cattolico di Shkodra il "cimitero dei martiri".

Con il suo comportamento e il suo coraggio, P. Fausti dimostrò ai cristiani e ai musulmani d'Albania che coloro che credono in Dio e nella vita eterna e non sono schiavi dei piaceri di questo mondo, sono in grado di affrontare la morte con serenità e coraggio.

Giorgio Silvestri

Da: Guidetti A., S.I. [ed.], 1946-1996 Gesuiti martiri in Albania, Ed. San Fedele - Milano 1996, 105-109

 

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