Gesuiti del Salvador (1989)
Ricordiamo i gesuiti uccisi in Salvador. La cuoca Julia Elba Ramos e sua figlia Celina (15 anni) ugualmente sono state uccise con loro 16 novembre 1989.
IL PADRE GENERALE RICORDA...
Il 16 novembre del 1999 ricorre il decimo anniversario dell'uccisione dei gesuiti del Salvador. Da un'intervista rilasciata dal Padre Generale, P. Peter-Hans Kolvenbach S.I., estrapoliamo i passi seguenti:
Ricordo perfettamente la sera in cui ricevetti la notizia dell'uccisione dei gesuiti nel Salvador. Non dimenticherò mai quella sera che mi ha profondamente commosso. Ma capii subito che dovevo agire immediatamente. Mi rivolsi al Vaticano per informarlo che c'erano altri nomi nella lista dei condannati dai militari e che bisognava mobilitare urgentemente i canali diplomatici per evitare altre uccisioni.
La notte in cui furono assassinati i gesuiti, la guerrilla si era impadronita praticamente di tutta la città. Ciò faceva sì che i militari si consideravano obbligati a intraprendere azioni estreme. Una di tali decisioni fu bombardare la gente, l'altra era eliminare, come affermarono poi, i capi della guerrilla. I gesuiti non appartenevano alla guerrilla ma per molti anni, come gruppo di intellettuali, avevano lavorato nella promozione della giustizia nel Salvador, e nell'aiutare i poveri a uscire dalla miseria. Ciò li faceva considerare, agli occhi dei militari, gente pericolosa. Anche se era vero che i gesuiti si mantenevano in contatto con la guerrilla sia in Salvador che fuori del paese, era anche vero che allo stesso tempo avevano contatti sia col Presidente che con i ministri del paese. Si sforzavano per rendere possibile un accordo tra le parti. Ma ciò li rendeva pericolosi agli occhi dell'esercito... I mediatori sono a volte più difficili da trattare degli stessi radicali...
Questo fu il motivo per cui furono uccisi. Fa meravigliare il fatto che i gesuiti, che sapevano il pericolo che stavano correndo, non cercarono di prevenire quanto stava per accadere. Erano a conoscenza di tutto ciò che avveniva nel paese; apparivano spesso in programmi radio o televisivi per analizzare la situazione; ma non pensavano che sarebbe potuto accadere quanto successe in considerazione del fatto che vivevano molto vicino al quartier generale dell'esercito. Gli assassini arrivarono, letteralmente, come ladroni nella notte.
Devo confessare che l'assassinio non mi meravigliò. Ma se guardiamo oltre, capiremo che l'origine, il motivo e il modo in cui avvenne fu condizionato non da ragioni politiche o ideologiche ma dalla testimonianza evangelica che essi desideravano incarnare. Ci troviamo di fronte a persone che consideravano reale il Vangelo di Nostro Signore e che, come Lui, parlarono in difesa dei poveri. Non agirono, in nessun modo, per motivi politici o ideologici; si resero consapevoli del fatto che non possiamo chiamarci cristiani, senza condividere con Cristo il suo amore preferenziale per i poveri.
Ebbi l'occasione di rendergli visita pochi mesi prima del massacro, e questa visita ci portò a condividere fraternamente parecchie cose. Gli riferii ciò che molti genitori di alunni dei nostri collegi dell'America Latina mi avevano chiesto: "Padre, perché i gesuiti di oggi non sono più come quelli di una volta? Tanti di loro sono comunisti, marxisti o di sinistra!" In una riunione con i gesuiti che lavoravano nell'Università del Centro America (UCA) tornò a brillare questa domanda. Mi rivolsi a loro e gli ripetei: sembra che voi siate tutti marxisti o comunisti. Come risposta scoppiarono a ridere, e Padre Ellacuría, che era il Rettore dell'Università, mi disse: "Lei crede veramente che noi daremmo la nostra vita per Karl Marx o le sue teorie? Siamo compagni di Gesù e qui sta il mistero delle nostre vite".
Sapevano ciò che gli poteva accadere ma lo avevano accettato come conseguenza dell'essere compagni di Gesù che vivono con Lui il mistero pasquale. Quando proposi di discutere se era meglio lasciare il paese si volsero verso di me e mi chiesero: "Lei ha lasciato il Libano durante la guerra civile? No. Lei non lo ha fatto. Perché la nostra spiritualità non contempla abbandonare la nostra gente quando la situazione diventa difficile o pericolosa".
E difatti la situazione in America Latina era diventata pericolosa. La morte del gesuita Rutilio Grande nel 1977 era il messaggio che il governo non voleva che la chiesa si occupasse dei poveri e si convertisse nella voce dei senza voce.
Quando Monsignor Romero, che al funerale del Padre Rutilio Grande decise di dedicarsi ai poveri fu assassinato nel 1980, il messaggio di una guerra senza quartiere tra il governo da una parte e la chiesa con i poveri dall'altra divenne reale. Il massacro dei gesuiti fu, in un certo senso, l'atto finale. Ebbe un grande impatto a livello nazionale e internazionale e portò all'unione di tutti coloro che si opponevano all'ingiustizia. La morte di questi martiri segnò l'inizio di un processo di pace e riconciliazione che sebbene fragile, è reale.
Sebbene in America Latina i martiri sono innumerevoli, non possiamo sperare che la Chiesa li proclami tutti ufficialmente come tali, allo stesso modo proclama santi soltanto un numero ristretto di cristiani. Monsignor Romero potrebbe rappresentare tutti i martiri dell'America Latina. Essendo stato, come era, un "pastore di anime", la sua morte potrebbe assumere questo impegno di rappresentare tutti gli altri.
Non possiamo non considerare la peculiarità dei martiri dell'America Latina che non sono come altri martiri. Quando la Chiesa era agli albori, i cristiani furono vittime di imperatori pagani. Nei paesi a regime comunista dei nostri tempi, molti morirono per mano di carnefici atei. In America Latina, abbiamo il dramma di cristiani torturati da altri cristiani. Furono uccisi da altri che si chiamavano, si credevano, cristiani.
Ma siano chi siano gli assassini, il martirio mantiene il suo significato: dare la vita per gli altri. Non si limita a considerare l'altro come un vicino, come ci insegna il Signore nella parabola del Buon Samaritano; non si tratta di dare qualcosa agli altri, ma di darsi in maniera totale, offrendo la cosa più grande che abbiamo - la vita - come fece il Signore.
Nel fatto concreto del massacro dei gesuiti il risultato è eccezionale: possiamo vedere con i nostri occhi il frutto di quel sacrificio: esso ha portato la pace e la riconciliazione nel Salvador.
Il massacro portò frutti anche nella Compagnia di Gesù. La creazione di tanti collegi ed università secondo la lunga tradizione dei gesuiti portò con sé il germe della tensione. Vi erano gesuiti che accusavano i collegi di occuparsi soltanto dell'educazione dei ricchi e delle élites. La risposta di coloro che li difendevano era rivolta al futuro: è vero che sono élites ma dopo saranno leaders nella società e per questo dobbiamo educarli. Tale risposta provocava sorrisi ironici tra coloro che non credevano che questi giovani potessero cambiare il mondo.
Senza dubbio il P. Ellacuría e i suoi compagni erano professori universitari. La UCA si consacrò ai poveri in maniera tale che ancor oggi essi la considerano come propria sebbene non potranno frequentarla... I martiri gesuiti dell'UCA mostrarono a tutti i gesuiti che è possibile mantenere la tradizione dell'educazione e allo stesso tempo farlo in una forma che promuova la giustizia ed esprima un amore preferenziale per i poveri. Siamo molto grati per il dono che questi martiri con la loro morte hanno offerto alla Compagnia.
da "Notizie e Commenti", Curia Generalizia S.I., Roma, vol. 27 n. 3
Per visitare il sito della UCA su questi martiri clicca qui.
Nella liturgia vengono ricordati il: 16 novembre 1989