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P. Pedro Arrupe (1907 - 1991)

Motivo: La vita religiosa e le sfide del nostro tempo


LETTERA DEL PADRE GENERALE A TUTTI I GESUITI

Decimo anniversario della morte del P. Pedro Arrupe



Cari Padri e Fratelli,
la pace di Cristo.

Dieci anni fa', la vigilia della festa dei Santi Martiri giapponesi, il Signore della Vigna chiamava a sé il suo compagno di strada, Padre Pedro Arrupe. Con questa lettera intendo commemorare brevemente la sua vita e la sua morte apostoliche e invitare ciascuno a rendere grazie celebrando l'Eucaristia del Signore, se possibile il 6 febbraio e in comunità.

Più di cinquant'anni di una traboccante attività missionaria spinto dallo Spirito. Più di dieci anni di passività sempre più completa, sopportata anche quella, da apostolo, nello stesso Spirito. Come ogni altro testimone profetico, Padre Arrupe fu segno di contraddizione, incompreso o mal compreso, nella Compagnia e fuori di essa. La sua parola così franca e così vera non lasciava certo nessuno indifferente, soprattutto quando parlava dello Spirito che rinnova la Chiesa e che opera anche, a favore della Chiesa, il rinnovamento della vita consacrata e quello della Compagnia.

Non ha esitato, specialmente come superiore generale, a inviare su tutte le strade i suoi amici nel Signore. Per annunciare, in parole e opere, la promozione di una giustizia che vive la pienezza del vangelo per e con i poveri. Per inculturare questo vangelo e perché la nostra missione si aprisse a un incontro autentico con uomini e donne di buona volontà, in tutte le culture e in tutte le religioni, senza escludere coloro che non credono. E per fronteggiare il dramma dei più poveri tra i poveri. Come non ricordare il suo pressante appello per i rifugiati e i profughi in un mondo sempre più inospitale?

Per noi e con noi, Padre Arrupe scrutava i segni del Regno e della sua venuta tra noi. Sapeva come è difficile profetizzare, specialmente, come dice un proverbio cinese, quando si tratta del futuro. Ma si lasciava pervadere dall'avvenire della Chiesa, da quello della vita consacrata, da quello soprattutto della Compagnia di Gesù. Rivolgendosi all'Unione dei Superiori generali alla fine del 1974, profetizzava un avvenire che trova eco senza difficoltà nel nostro incontro del settembre scorso a Loyola:

Non c'è dubbio che il servizio che dobbiamo rendere alla Chiesa e agli uomini del nostro tempo è un elemento essenziale e una garanzia della nostra sopravvivenza. Ciò che diventa inutile perde la sua ragione di esistere. Questo desiderio di servire deve spingerci a studiare a fondo il carisma proprio del fondatore e le sue intenzioni, allo scopo di scoprirne la migliore applicazione nelle circostanze attuali e future.

Non ci si deve preoccupare né dell'aspetto conflittuale né dell'opposizione che possono venire da dove meno ce l'aspettiamo, perché lo Spirito segue vie difficilmente comprensibili da chi non lo possiede o non sa riconoscere il carisma fondamentale o religioso applicato alle circostanze attuali. D'altra parte, ogni adattamento o riforma deve esser realizzata da persone di grande statura spirituale, che possiedano un vero spirito soprannaturale: questo presuppone un grande zelo per la gloria di Dio e il servizio della Chiesa, umiltà, obbedienza e profonda comprensione del vangelo. Se abbiamo gente con tale spirito e se siamo capaci di offrire alla Chiesa e all'umanità un servizio concreto, non devono spaventarci le difficoltà, esse , al contrario, mostrano che siamo sulla buona strada.

È così che Padre Arrupe vedeva e viveva il nostro futuro, sia durante i suoi anni di attività missionaria che nel corso dei lunghi anni di malattia quando, con tanti altri compagni gesuiti, continuava la sua missione pregando e soffrendo per la Chiesa e per la Compagnia. Sentendosi "messo col Figlio", portando la croce, ha potuto assumere il peso delle sue responsabilità e affrontare le sfide del nostro tempo. Lo ricordava egli stesso nella sua ultima omelia, al santuario della Storta, aggiungendo:

Senza dubbio sono passato attraverso molte difficoltà, piccole e grandi, ma sempre aiutato dal conforto di Dio. Questo Dio nelle cui mani mi sento ora più che mai, questo Dio che ha preso possesso di me.


Condivideva così la convinzione di sant'Ignazio: nella salute o nella malattia, in una vita lunga o breve, la missione per la gloria di Dio non cessa di compiersi.

Quando, la sera del 5 febbraio 1991, il Fratel Bandera ci avvertì che il Signore aveva chiamato a sé il suo servo fedele, intonammo spontaneamente un canto di azione di grazie. Che la nostra Eucaristia del 6 febbraio prossimo esprima il nostro fervente ringraziamento al Padre per la vita di Padre Pedro Arrupe e per la visione ignaziana che lo animò. E a partire di là, "rifletterò su me stesso considerando...ciò che da parte mia devo offrire e dare alla Sua divina Maestà." (ES 234)

Vostro aff.mo in Cristo

Peter-Hans Kolvenbach S.I.
Superiore Generale

Roma, 18 gennaio 2001.



Bibliografia su P. Arrupe in formato PDF, a cura di R. Maryks S.I.



 

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