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Continuità ed evoluzione. Considerazioni su un arco di storia

Nel Cinque-Settecento i gesuiti hanno avuto certo delle difficoltà, culminate nel 1773. Ma a parte sporadiche espulsioni e contrasti, nell'insieme la Compagnia ha avuto per lungo tempo buoni rapporti con gli stati dell'epoca. Non si trattava di mero opportunismo (i collegi erano largamente mantenuti dai principi), ma anche di accettazione del sistema politico dell'epoca. Gesuiti confessori di corte, educatori di molte famiglie, oratori ascoltati. Insieme, si avverte la tendenza tipicamente antigiansenistica, probabilistica, di venire incontro all' uomo reale con tutti i suoi limiti e le sue debolezze. Pascal ironizza sui gesuiti ("Il n'est rien tel que les Jesuites..", IV Lett. Prov., inizio) ma la comprensione e la linea misericordiosa caratterizzante i gesuiti (confessione e comunione frequente) hanno fatto molto del bene.

Viene la soppressione. La sopravvivenza della Compagnia in Russia (nel paese per eccellenza "antirivoluzionario" di allora) la Rivoluzione Francese, il ristabilimento della Compagnia, con il suo molteplice significato, pastorale e, in parte, inevitabilmente, politico. Dopo il primo generale polacco, salgono come assistenti e generali uomini formati in Russia, Rozaven e, Roothaan. La Compagnia della Restaurazione, in Italia soprattutto, è legata ai sovrani assoluti, forse più di prima. Le direttive del Roothaan sui programmi scolastici sono molto conservatrici: opposizione al romanticismo nelle idee e nello stile, nessuna lettura dei poeti italiani romantici. Uomini come Mai e Ventura si sentono soffocati e lasciano le Compagnia. I risultati di questa posizione sono evidenti: alla ferma condanna del liberalismo (e, in Italia, del Risorgimento), all'ultramontanesimo proprio anche della Compagnia di Gesù, alla sua chiusura piuttosto forte verso il mondo moderno, corrisponde una forte ostilità della società del tempo verso i gesuiti. Francescani, domenicani, salesiani ecc. potranno essere coinvolti e travolti qua e là delle dure leggi eversive, ma l'ostilità contro i gesuiti è più marcata. L'antipatia nei loro confronti (al Pascal e al Sarpi succedono ora De Sanctis, Gioberti, Quinet, Michelet ecc.) è forse più viva. I gesuiti rappresentano un po' il capro espiatorio, divengono il simbolo di un'epoca superata e condannata. Si susseguono attacchi, espulsioni, dispersioni: Italia, Spagna, Francia, Germania. E intanto si continua in quella pastorale benevola, probabilista, con la devozione al S. Cuore e l'Apostolato della preghiera. Il migliore laicismo (Ruffini, Jemolo) guarda al giansenismo con simpatia, ai gesuiti con diffidenza.

Forse in questo fenomeno complesso si avverte una continuità (pastorale, probabilismo, cristocentrismo) e una rottura (opposizione troppo accentuata, senza le dovute distinzioni al mondo moderno, in Italia con la Civiltà Cattolica: più aspra che in Francia con gli Études, per questo sospetti a Pio IX). Naturalmente più che la Compagnia di Gesù esistono i gesuiti con le loro tendenze. Il modernismo, a parte Tyrrell, non ha eco nella Compagnia di Gesù, ma i gesuiti sono divisi nei modi di combatterlo e si scontrano intransigenti (Chiaudano, Mattiussi, Sandri) e moderati (Rosa, De Grandmaison) e il P. Generale Wernz che tenta di mediare cade in disgrazia... Ma l'illiberalismo porta anche a una certa apertura sociale (Liberatore, Desbuquois) e l'antimodernismo a una consapevolezza della necessità di un rinnovamento degli studi. La Compagnia di Gesù che aveva difeso i riti, cioè l'uomo nella sua espressività, difende lo stesso uomo contro il totalitarismo (Meyer, Delp, Muckermann, Pribilha, Rosa) e contro il liberalismo eversivo dell'America Latina (Pro).

In tutti i casi sarebbe assai complesso fare un bilancio di questi movimenti storici. Per ora possiamo solo immergerci di nuovo nel ripercorrere la storia e constatare le nuove sfide e esigenze apostoliche che si presentano.

 
 

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