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Leghe di perseveranza

Leghe di perseveranza. I parte

Estratto da: [P. Pietro Righini S.I.], La nuova casa di esercizi spirituali in S. Mauro Torinese, Ai benefattori dell’Opera [dei ritiri operai], Torino, 25 Dicembre 1916, pp. 17-18.

La Nuova Casa degli Esercizi Spirituali è frutto della generosità di tante anime buone. Non a noi, che nulla meritavamo, esse hanno donato tutto quello che ha permesso di portare a compimento l’opera, sia pure lasciando dietro un solco glorioso di debiti [...], ma hanno voluto contribuire largamente alla salute delle anime. Hanno dato a Dio! E quindi noi non ci permetteremo di pubblicare quei nomi numerosi ed illustri che gli oblatori amano siano scritti soltanto nel Cuore di Gesù. Le mura però della nuova casa saranno un monumento perpetuo della nostra gratitudine, ed insieme una prova della vera carità cristiana; l’elemosine non furono conosciute, eppure vennero generose. Alcuni oblatori ebbero uno scopo determinato, ed allora fu sempre la Cappella che attirò le loro simpatie […] un ostensorio di buon gusto, fu offerto da alcuni soci della Lega di Perseveranza.

Leghe di perseveranza. II parte

Estratto da: WALTER E. CRIVELLIN. “La ricostruzione della Compagnia di Gesù a Torino (1870-1916): un primo bilancio”, in I Santi Martiri: una chiesa nella storia di Torino, a cura di B. Signorelli, Compagnia di San Paolo, Torino, 2000, pp. 157-182. Sono riportati passi dalle pagine 168-182, senza le note bibliografiche, ritrovabili nel testo cartaceo pubblicato, e con l’aggiunta di alcuni corsivi esplicativi.

1. L’iniziativa [dei ritiri operai], sorta all’interno della più generale opera degli esercizi spirituali, aveva preso avvio nella Francia settentrionale nel 1885, per svilupparsi successivamente in Germania, Austria, Spagna, Olanda e soprattutto in Belgio. In Italia fu inaugurata nel 1907 a Chieri, nella diocesi torinese.

I ritiri consistono nel riunire un gruppo di operai, o di contadini (in genere circa trenta persone), che, ospitati per tre o quattro giorni in un edificio idoneo, seguono in un clima di rigoroso silenzio varie meditazioni sui più importanti elementi e principi della vita cristiana con linguaggio adeguato e vicino alla sensibilità dei partecipanti. Molto si insiste sull’opportunità di seguire scrupolosamente il metodo ignaziano degli esercizi. In base a tale impostazione ­– come illustra il padre Parnisetti, uno dei responsabili piemontesi dell’iniziativa e fervente predicatore dei ritiri operai ­– “non facciamo loro prediche, né grandi conferenze, ma proponiamo meditazioni, e queste su quelle verità eterni, e coll’ordine e metodo voluto da S. Ignazio, industriandoci di portare soavemente l’operaio a seria riflessione ed applicazione a sé stesso; procurando inoltre di seguire quelle altre norme che il Santo suggerisce sotto il nome di annotazioni ed addizioni per meglio riuscirvi; e specialmente esigendo il maggiore possibile raccoglimento ed assoluto silenzio”.

L’iniziativa prendeva generalmente le mosse dall’esigenza di indirizzare verso il ceto operaio un impegno più serio e capillare, che aveva trovato recente e autorevole giustificazione teorica nella Rerum novarum. Essenzialmente religiose le finalità. Si insiste sulla necessità di un risveglio di fede nel ceto operaio, del suo riavvicinamento alla chiesa e ai sacramenti, sottolineando soprattutto l’opportunità di favorire la partecipazione dei più lontani alla pratica religiosa. Non si nascondono nel contempo altre finalità di ordine ideologico e politico, in particolare il fatto che i ritiri operai bene si prestassero ad assumere efficace funzione antisocialista. Proprio in questa prospettiva, tra l’altro, i ritiri venivano ritenuti più efficaci rispetto alle missioni popolari: la salvezza dell’operaio doveva essere ricercata soltanto con l’apostolato dell’operaio.

Se poi consideriamo le origini dell’opera nel nostro paese, all’interno di questo secondo ordine di finalità un altro scopo sembrano prefiggersi gli organizzatori. Accanto alla lotta al socialismo, infatti, i ritiri operai avrebbero potuto svolgere un non meno penetrante ruolo alternativo ad altre iniziative e organizzazioni, anche cattoliche, specie ai gruppi democratico-cristiani ed ai primi tentativi di organizzazione sindacale.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente evidenziato da «La Civiltà Cattolica» nel saggio scritto dal padre Rosa che accoglie la nascita dell’iniziativa in Italia. Evidentemente nessuna esperienza precedente, anche se maturata in seno al movimento cattolico e volta a favorire “l’elevazione dell’operaio”, era ritenuta idonea. La rivista infatti stigmatizzava l’assenza di una formazione integralmente cattolica dell’individuo, in particolare del lavoratore; parlava della “falsa via” per la quale si erano incamminati “ai tempi nostri alcuni illusi o traviati dalla democrazia anticristiana”; rimproverava un eccesso di “rispetto umano” e di “paura” in coloro che, preoccupati “d’interessi economici di riduzione di lavoro, di diritti sociali, e così via”, trascurando le molte “varietà religiose e morali” di cui gli operai avevano essenzialmente e prioritariamente bisogno. A queste esigenze riparavano opportunamente i ritiri operai, iniziativa che più di ogni altra aveva tutte le credenziali per presentarsi come diretta e sicura proposta formativa globale, integralmente cristiana. Considerando – come si è visto – la questione operaia essenzialmente e prioritariamente come problema religioso e morale, su questo e no su altri piani andava risolta.

Non estranea inoltre a questa prospettiva la scelta e la diffusione dei ritiri operai nell’Italia del primo Novecento in chiave antimodernista, aspetto già da altri evidenziato.

Infine, un altro momento ritenuto fondamentale va sottolineato. I ritiri operai rappresentavano soltanto la prima tappa di un processo formativo. Con essi prendeva avvio in modo talora brusco, ma radicale e intensivo un progetto che avrebbe dovuto coinvolgere con regolarità ogni singolo lavoratore. Allo scopo furono create le Leghe di Perseveranza, una specie di associazione che teneva impegnati gli operai attraverso conferenze mensili, pratiche di culto o pubbliche manifestazioni. Le Leghe contribuivano alla ripresa ed approfondimento dell’impegno e dei propositi formulati nelle giornate di ritiro.

L’operaio in tal modo, come scriveva «La Civiltà Cattolica», “oltre che un uomo pio e buon cristiano”, diventava in termini reali ed efficaci “zelante apostolo”. “E qual ideale più bello che formare in ogni paese, in ogni centro di attività operaia, una balda schiera di operai apostoli? Quale più valido argine all’irrompente fiumana della propaganda socialista?”

Sull’importanza basilare delle leghe gli organizzatori saranno particolarmente insistenti e concordi. Torneremo più avanti su questo punto.

Consideriamo ora più direttamente l’esperienza torinese. Si è detto che in questa diocesi partì la prima realizzazione dei ritiri operai nel 1907.

In realtà anche altrove l’idea era già stata precedentemente ventilata. Nel 1902 a Firenze, presso la Tipografia Arcivescovile R. Ricci, si pubblicava la traduzione di un opuscolo uscito in Francia e dedicato al tema. I curatori dell’opera, raccolti sotto la sigla “Fascio democratico fiorentino”, con l’augurio di una prossima realizzazione, scrivevano fra l’altro “Sarebbe un onore e una gloria per la nostra Firenze, se di qui partisse la prima scintilla della santa impresa dei Ritiri operai […]. Per il bene delle anime e di tanti nostri fratelli, cerchiamo d’istituire anche nella nostra cara Italia queste mute di Esercizi, quale fitta rete a salvaguardare delle insidie del demonio”.

Nella Provincia torinese intanto l’impegno verso il ceto operaio già da tempo era stato assunto dai gesuiti come uno dei settori privilegiati di attività e negli ultimi anni dell’800 erano stati avviati corsi di esercizi e conferenze per operai ed operaie.

A Chieri, in particolare, si trattava di un campo attentamente coltivato. In una lettera inviata da uno scolastico chierese al Provinciale nei primi anni del ‘900, si apprende che da vari anni “si presero a fare speciali predicazioni” per gli operai, ottenendo anche “che fosse istituita nella nostra Chiesa una fondazione perenne con obbligo di dare esercizi per soli uomini. Emergeva altresì dallo stesso documento la necessità impellente di convogliare forze e progetti sempre più penetranti per scuotere una classe sociale non poi così lontana dai richiami del cristianesimo come talora si sarebbe potuto pensare.

L’autore dello scritto forniva in proposito una breve descrizione, in termini di sociologia religiosa, della situazione locale: “Certo l’operaio chierese è ancor pieno di fede e, sebbene ubriacone la parte sua, indolente e prodigo, serba in fondo all’anima un resto di senso comune, che lo fa meno accessibile alle idee moderne di sovversione e di socialismo, e più arrendevole di altri ai richiami di coscienza. Ma esso, come in generale di tutto questo popolo, ha bisogno di chi lo riscuota, lo ecciti, lo commuova; ed allora si ridesta in lui la fede sopita ed egli ritorna sul retto sentiero. La classe invece, che ora dicesi dirigente, anche a Chieri è assai più lontana che il semplice popolo, da Dio e dalla Chiesa; e lo spirito cristiano, dico quello schiettamente cattolico, è ben poco, e questo poco, ristretto a pochissime famiglie”.

Ancora a Chieri – come si è visto – a partire dal 1905, tra le iniziative della locale Congregazione Mariana figuravano regolari conferenze mensili per gli operai, dichiarata premesse ai futuri ritiri.

«La Civiltà Cattolica» non nascondeva pertanto il proprio compiacimento per il fatto che l’iniziativa avesse trovato inizio in Piemonte, “in quella parte d’Italia dove l’opera si sarebbe detta su le prime più irta di difficoltà e più lontana dall’attuazione”.

In ogni caso la gestazione fu lenta e travagliata. Anche se pensata “da lungo tempo”, non mancava di suscitare “diffidenza e timori”, accanto alla “incertezza dell’esito”. Verosimilmente pesarono soprattutto vari fattori ‘interni’ alla storia specifica del movimento cattolico italiano, assorbito com’è noto, fino agli anni iniziali del ‘900, nell’Opera dei Congressi, all’interno della quale si era nel frattempo consumata la insanabile frattura provocata dal movimento democratico-cristiano, specie attraverso la sua componente murriana. Intanto la classe operaia italiana, in via di espansione e rafforzamento, rischiava di rimanere terreno di esclusiva seminagione socialista, oppure i pochi spazi ancora non occupati erano lasciati alle componenti più radicali del sindacalismo cattolico o ad alcune frange democratico-cristiane, specie giovanili: gruppi che agli occhi dei responsabili della cattolicità apparivano comunque pericolosi, autonomi, talora filomodernisti, in ogni caso sospetti. A questa situazione bisognava cercare un’alternativa efficace e soprattutto sicura tanto negli strumenti quanto negli esiti. Una alternativa, tra l’altro, che potesse contare su solidi supporti economici, se non si voleva vedere vanificata sul nascere un’opera altrove rivelatasi decisamente opportuna.

Un dato in proposito appare emblematico: i ritiri operai nati come proposta per gli operai, ben preso si estesero a tutte le classi sociali, e questo non solo – come diremo – per le difficoltà di reclutamento degli operai (difficoltà che in parte almeno si riuscirono a superare), ma anche per l’intrinseca finalità del progetto stesso, che nella sua prevalente connotazione morale e spirituale, doveva realizzarsi senza intaccare minimamente l’unità religiosa.

Il progetto venne quindi attentamente considerato ed operosamente realizzato. Nell’opera furono impiegate molte energie; vari Padri vi si impegnarono, anche a tempo pieno. Sulla sua importanza ritornavano con regolarità e insistenza le Lettere edificanti della Provincia e l’iniziativa risultava una delle più seguite, se non la più seguita in questi anni.

D’altra parte la validità del progetto era ben condivisa e particolarmente caldeggiata da Roma. Pio X la definiva un’opera provvidenziale; i vescovi la sostenevano e la benedicevano; per molti parroci diventava il settore di maggior impegno, se non addirittura l’unico realmente gratificante e che consentiva di “instaurare in Christo” una parrocchia.

2. Come si è detto, nel marzo 1907 si tenne a Chieri, presso la Villa Luigina di proprietà dei gesuiti, il primo esperimento italiano dei ritiri operai. I corsi furono due l’anno successivo e dal 1909 si tennero regolarmente tre corsi annuali, coinvolgendo mediamente più di cento partecipanti per anno. Nel 1908 l’opera fu avviata a Torino con i primi sei corsi. Molto intensa anche la pratica nel novarese: nella casa di Gozzano i gesuiti organizzarono i primi cinque corsi nel 1910.

L’opera prese un rapido sviluppo. I corsi si moltiplicarono con una crescita costante fino agli anni della prima guerra mondiale. Tra il 1907 e il 1912 i Padri della Provincia torinese avevano tenuto 82 corsi con la partecipazione di 2.709 operai. Più della metà dei corsi (48, per un totale di 1.835 operai) si  erano svolti nell’area torinese (Torino, Chieri, Avigliana). Nella sola Gozzano tra il 1910 e il 1915 si predicarono 57 corsi per 1.686 partecipanti.

Un dato riferito alla situazione nazionale, e aggiornato alla fine del 1916, registra lo svolgimenti in Italia di 310 corsi a cui presero parte 10.425 operai, con una media di mille l’anno.

 Sulla base dei primi esperimenti si andarono intanto raffinando le tecniche del reclutamento e dell’organizzazione dei ritiri e si poterono verificare i risultati a scadenze meno ravvicinate.

In maniera sempre più sistematica si mirò a coinvolgere i più lontani dalla pratica religiosa e i militanti socialisti. Per il reclutamento si confidava nella collaborazione di quanti avevano sperimentato gli esercizi, così come si cercò di inserire in ogni gruppo di esercitandi qualcuno che ne avesse già fatto l’esperienza. Assoluta precedenza era concessa a coloro che godevano di qualche considerazione presso i compagni di lavoro. Gli organizzatori invitavano inoltre i partecipanti a farsi promotori dell’iniziativa nei propri ambienti lavorativi e soprattutto nel proprio ambito familiare o di parentela, in modo da favorire un positivo accostamento all’esperienza. L’invito personale era preferibile a quello rivolto a molti operai insieme, giudicato sterile e talora nocivo.

Almeno per Gozzano disponiamo di una prima dettagliata tipologia dei partecipanti: “Quelli che finora fecero qui gli esercizi, appartengono un po’ a tutte le classi di lavoratori: muratori, falegnami, scalpellini, fabbriferrai, calzolai, sarti, contadini, guardie forestali, merciai ambulanti, barbieri, osti, salumieri, ecc. Vi fu anche un capomastro, un impresario, un fattore, un chimico commerciale ed altri. Per Chieri si parla più sommariamente, oltre che di contadini, di fabbri, manovali, falegnami, tessitori o genericamente di operai, mentre per Torino abbiamo individuato solo qualche generico accenno a tranvieri e metallurgici.

Si cercò anche di migliorare l’omogeneità del gruppo, limitando decisamente il numero di giovani al di sotto dei vent’anni o di soggetti “le cui deboli facoltà mentali rendevano incapaci a penetrare la serietà degli Esercizi”. L’età dei partecipanti andò progressivamente stabilizzandosi tra i venti e i cinquant’anni, “l’età migliore per formare uomini di proposito e zelanti”, a sottolineare la finalità dei ritiri ad un impegno non certo limitato ai giorni di esercizi.

Si decise inoltre di non accettare operai disoccupati, “affinché il ritiro non prendesse l’aspetto di un ripiego per passare comodamente tre giorni”.

A partire dal 1909 a Chieri si pensò di riservare sistematicamente uno dei tre corsi di esercizi ai contadini. La separazione risultava vantaggiosa: “Il campagnuolo chierese in generale è di buon carattere, credente e praticante per educazione e tradizione di famiglia; ha grande stima e rispetto del sacerdote, e se lascia dal frequentare la chiesa, lo fa per rispetto umano o per indolenza, non mai per mal’animo o pregiudizi. Ci sembrò perciò opportuno raccogliere separatamente questi uomini di campagna, colla speranza di poterli lavorare con maggiore sodezza e farne dei cristiani fervorosi”. Altrettanto positivamente vengono valutati gli esiti raggiunti per gli operai.

A partire dal 1915 a Chieri si pensò anche ad un lavoro di perfezionamento: furono invitati parecchi operai che avevano partecipato agli esercizi alcuni anni prima per perfezionare “i buoni propositi antichi”, scegliendo “i più atti all’apostolato del buon esempio e della propaganda”.

Tra le iniziali difficoltà che ostacolavano l’avvio della pratica veniva sottolineato soprattutto l’impegno degli operai nel contrastare “le dicerie e le beffe dei compagni”, che avanzavano talora “stravaganti obiezioni” per distogliere gli operai dalla partecipazione. “Si diceva che era un raccoglierli a scopo d’interesse, ovvero di politica, ovvero perché i Gesuiti volevano acquistare ascendente e dominio nel paese. Perfino alcune donne andavano dicendo che i loro mariti facevano la Pasqua, e non avevano punto bisogno del Ritiro. Alcuni malevoli arrivarono al punto di minacciare che, alla chiusa degli Esercizi, sarebbero venuti ad accogliere gli esercitati per accompagnarli in paese con fiaccolata e a suon di latte da petrolio e con urli e fischi”.

Le difficoltà per il reclutamento furono avvertite soprattutto a Torino, dove “mancava ogni entratura cogli operai” e i primi tentativi avviati dai responsabili non avevano sortito alcun effetto. “Dovevamo anche noi esperimentare che l’apostolato dell’operaio va fatto dall’operaio”, scriverà il padre Righini, incaricato torinese dell’opera. E il reclutamento avvenne tramite alcuni operai ai quali era stata spiegata l’iniziativa. Nel loro sforzo propagandistico tuttavia “non dovevano parlare di esercizi spirituali, sarebbe stata parola sconosciuta, ma invitare i compagni ad un corso di conferenze sui più gravi problemi della vita: sulle relazioni fra uomo e uomo, sui destini ultramondani, sui mali presenti dell’umanità”. La tecnica seguita dovette sortire i risultati sperati se lo stesso gesuita scriveva: “Così con una attiva propaganda fatta dagli stessi operai, il loro numero cresceva di giorno in giorno”.

I primi esperimenti contribuirono anche a meglio considerare le modalità di svolgimento dei ritiri operai. Molto spazio alle conferenze (ogni giorno quattro prediche più due catechismi); tempi limitati per meditazioni personali; linguaggio accessibile, immediato, lontano da tentazioni intellettualistiche. Una relazione riferita all’esperienza torinese illustra puntualmente il metodo seguito: “Noi partiamo dal fatto che ben poco si può aspettare da un semplice operaio se ci contentassimo delle private meditazioni, quindi cerchiamo di tenere occupato l’esercitante il più possibile, lasciandogli soltanto quel poco tempo di sollievo indispensabile per non soverchiamente stancarlo. I vari esercizi di pietà sono però intercalati in modo da non ingenerare noia […]. Meditazioni e conferenze non debbono avere nulla di pesante; più che parlare con lunghi ragionamenti all’intelletto, ci conviene andare direttamente a muovere la volontà con gli affetti, gli esempi, i colloqui con Nostro Signore Gesù Cristo”. Particolarmente evidenziati i due catechismi, o meditazioni, mattutino e serale, nei quali si spiegano i punti principali della fede cristiana. Sono ritenuti indispensabili per la loro funzione apologetica: “L’operaio delle nostre grandi città manca essenzialmente dell’istruzione religiosa. La stampa perversa ha fatto in lui un male incalcolabile, riempiendogli la mente di tante e così false idee da turbare profondamente, se non sradicare affatto, la sua semplice fede. Ci sono state fatte delle obiezioni sull’origine dell’anima, sul peccato originale, sulla evoluzione, sui patimenti di Gesù che non avremmo mai aspettato da operai”.

I risultato dell’opera sono bene evidenziati dagli organizzatori. Accanto a vere e proprie conversioni, si parla pressoché regolarmente di “un risveglio di fede, una maggiore frequenza ai Sacramenti ed una minore audacia nei partiti avversari”. Particolare rilievo è dato alla defezione dal fronte anticlericale e socialista: non si manca di segnalare le disdette all’iscrizione alla Camera del Lavoro, all’abbonamento a «L’Asino» o a «Il Grido del Popolo», il ritorno alla testimonianza cristiana di molti renitenti incalliti, “uomini fatti, padri di famiglia che la male educazione e le cattive compagnie avevano allevati ignoranti di religione, dediti all’ubriachezza, disperazione delle donne, scandalo dei bambini”.

Relativamente alla situazione torinese il Monti scrive: “Nel 1912 furono ben 260 gli operai lavorati con frutto, tanto che si poté felicemente conoscere che non era poi tanto difficile staccare gli operai dalle leghe socialiste, sebbene sia lavoro lento e scabrosissimo quello di dissipare nelle masse il deposito deleterio e satanico del socialismo”.

“Consolantissimi” sono definiti i frutti dei ritiri di Gozzano. Da un referendum promosso tra i parroci della diocesi novarese che avevano avuto parrocchiani tra i partecipanti ai ritiri di Gozzano, si riscontrava che i risultati ottenuti avevano superato ogni aspettativa.

Gli esiti riscontrati confermarono gli organizzatori nella opportunità dell’iniziativa e degli scopi prefissi. Con questo genere di apostolato – si legge in una relazione chierese del 1908 – “forse fra non molti anni si avrà la consolazione di vedere non un semplice nucleo come adesso, ma tutta una schiera di operai schiettamente e apertamente cristiani, invulnerabili ai colpi degli errori che travolgono e rovinano la società moderna.

3. Invulnerabilità e resistenza di fronte ai pericoli della modernità erano cementate – come abbiamo già accennato – da iniziative che dovevano rappresentare una continuazione attiva dei ritiri operai: le Leghe di Perseveranza. Ben presto gli organizzatori si resero conto che i semi gettati nel triduo degli esercizi avevano bisogno di “cure continue e prolungate” per evitare di disperderne i frutti. A tal fine, nell’ultimo giorno degli esercizi, si esponevano agli operai compiti e finalità della Lega, si rispondeva ad eventuali dubbi ed obiezioni e si invitavano i presenti ad una libera e convinta iscrizione. Ad eccezione di casi rarissimi, quasi tutti rispondevano positivamente, impegnandosi mensilmente a partecipare ad una conferenza serale e ad accostarsi alla comunione.

La Lega era ritenuta essenziale allo scopo dell’opera: “Non solo bisogna averla di mira fin dal reclutamento degli operai, scegliendoli atti, e procurandone presto un numero sufficiente per formar gruppo, ma inoltre, senza ritardo, mentre perdura il primo fervore, conviene iniziare la Lega e coltivarla con grande cura”.

Le Leghe di Perseveranza si presentavano pertanto come strumento privilegiato per favorire negli operai reduci da ritiri una convinta, attiva, impegnata scelta di militanza. “In tal modo – scrive ancora il padre Parnisetti – si riesce a stabilire nel seno delle Parrocchie, e in mezzo alla classe lavoratrice, dei nuclei di operai cristiani praticanti, di fede viva, di convinzioni profonde, senza rispetti umani, solidali nel bene, i quali con il loro esempio e con la loro influenza sanno esercitare intorno a sé un vero ed efficacissimo apostolato. Questa loro azione cristianizzatrice viene da essi mirabilmente esplicata, prima nel santuario della famiglia e poi eziandio tra i compagni; e non solo col ritornare alla religione i traviati, ma ancora col sostenere i deboli e i tentennanti che facilmente sarebbero trascinati dai sovversivi, col confortare i timidi, coll’animare i buoni, e in particolare col far rivivere, ovvero col conservare e crescere lo spirito sinceramente cristiano nel seno delle Confraternite, Circoli, Associazioni, Comitati Parrocchiali, di cui essi fossero membri od anche capi: riuscendo così di modesto ma eziandio di valido aiuto al sacerdote nell’instaurare in Christo la classe dei lavoratori”.

Un’azione dunque a tutto campo, in cui emerge tra l’altro in termini esplicativi l’indispensabile e stretto legame con la struttura parrocchiale.

È questo un altro elemento sul quale gli esponenti della Compagnia di Gesù punteranno in modo deciso. I ritiri operai, così come altre iniziative parallele, pur rimanendo strettamente opere della congregazione, avrebbero portato un buon numero di gesuiti ad una sempre più massiccia presenza nell’apostolato parrocchiale.

Chi partecipava ai ritiri doveva infatti diventare volenteroso e valido aiuto ai parroci. A questi ultimi l’iniziativa veniva ampiamente illustrata e raccomandata nei vari corsi di esercizi al clero da tempo predicati dai gesuiti.

Accanto però a questa collaborazione o supplenza nei confronti dell’opera del sacerdote, al quale peraltro in alcuni ambienti era conteso l’accesso, la lega rafforzava l’unione interna tra gli stessi operai, evitava ogni tentativo centrifugo, ogni velleità di azione autonoma, a conferma di quanto già si è detto sulla finalità accentratrice e chiusa dei ritiri operai.

In definitiva dunque, con i ritiri operai e le Leghe di Perseveranza veniva affidato al laicato un importante compito relativamente all’azione sociale a favore del popolo. Un compito che si saldava con il disegno religioso di riportare la società a Cristo. Per questo l’impegno sociale doveva restare rigorosamente all’interno della chiesa; i laici (com’è stato notato per il contesto generale del momento, ma l’osservazione risulta valida in modo particolare per i ritiri operai) dovevano dedicarsi all’apostolato loro proprio, “ma non in nome proprio, bensì come militanti attivi della vita ecclesiale […] alle strette dipendenze dell’autorità ecclesiastica, da cui traeva legittimazione ogni azione dei cattolici”.

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Accessibilità - ultimo aggiornamento: 01/12/2009 12.19.04

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