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Presentazione

Lo studio del padre gesuita Germán Arana, che presentiamo quest'anno agli Amici degli esercizi spirituali e a tutti coloro che frequentano la nostra casa d'esercizi, illustra in modo approfondito la conversazione spirituale, uno dei ministeri principali della Compagnia di Gesù1. Già presente nei documenti fondazionali, quest'attività è diventata un vero e proprio stile relazionale dei gesuiti e di coloro che fanno gli esercizi ignaziani. Come spiega bene padre Arana, la conversazione spirituale è la capacità di accostarsi e di accompagnare l'altro con un atteggiamento di accoglienza, di ascolto e di ricerca del suo vero bene. Essa presuppone nell'accompagnatore il desiderio di aiutare l'altro nel cammino verso Dio alla sequela dello Spirito Santo, che si manifesta nella Parola di Dio, nella coscienza della persona accompagnata e in quella del suo accompagnatore e negli avvenimenti storici della vita. Nel suo studio padre Arana approfondisce le modalità relazionali della conversazione ignaziana attraverso le Costituzioni della Compagnia di Gesù e le Lettere di sant'Ignazio; tuttavia, più volte egli fa riferimento agli Esercizi spirituali e alla relazione che vi s'instaura tra l'esercitante e la sua guida, in termini tecnici tra "colui che fa gli esercizi" e "colui che dà gli esercizi". In effetti, nella dinamica spirituale degli esercizi si trovano le «origini esperienziali» delle modalità relazionali della conversazione che si vive fuori degli esercizi.

Come ormai è saputo, sant'Ignazio ha sempre dato gli esercizi solo ad una persona per volta, in modo personalmente guidato, tranne qualche rara eccezione in cui ha seguito due o tre esercitanti contemporaneamente, ma sempre individualmente. Furono in seguito i gesuiti, visto l'alto numero di persone che desideravano svolgere l'itinerario e con l'esplicito consenso del Fondatore, a dare gli esercizi a gruppi più o meno grandi di persone, riunitesi a quello scopo2. Nonostante l'alto numero di esercitanti, sia nei gruppi maschili sia in quelli femminili, l'attenzione alla singola persona è sempre stata curata dai gesuiti, proprio perché erano consapevoli della specificità del progresso spirituale di ciascuno. Essi trovavano all'interno del libretto ignaziano, che avevano tra le mani, raccomandazioni e consigli molto utili su come relazionarsi con l'esercitante, come aiutarlo nei momenti di desolazione e consolazione, istruirlo nel riconoscimento delle ispirazioni e delle tentazioni e sostenerlo nel combattimento spirituale. Le istruzioni date da sant'Ignazio nel libretto degli Esercizi spirituali sono state applicate dai gesuiti anche al di fuori degli esercizi ed hanno generato un modo relazionale che li ha contraddistinti e che ancora oggi può essere un dono a servizio della Chiesa. Vorrei ora illustrare alcune regole presenti negli Esercizi per preparare i lettori a comprendere in profondità lo studio di padre Arana ma anche per ricordare alle guide i sapienti consigli di sant'Ignazio per una relazione efficace con l'esercitante.

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La prima regola degli Esercizi raccomanda una «sobrietà nelle esposizioni» della guida, che non deve fare belle omelie o alte speculazioni, ma solo introdurre l'esercitante nel mistero da contemplare: "Chi dà a un altro il modo e l'ordine per meditare o contemplare deve narrare fedelmente la storia della contemplazione o meditazione, scorrendone soltanto i punti con una breve o sommaria spiegazione" [ES 2]3. L'essenzialità nella narrazione del mistero e nella presentazione del suo significato è giustificata dal fatto che l'esercitante riflettendo e ragionando da solo, sotto l'azione dello Spirito Santo, ricaverà maggior frutto, perché, dice sant'Ignazio più avanti nella stessa regola: "Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e gustare le cose internamente". Questa regola, mentre precisa le modalità dell'esposizione della guida, apre la guida a una prospettiva contemplativa e la invita alla fiducia nell'azione dello Spirito Santo e a vederne l'opera nell'esercitante.

La stessa motivazione vale le regole quarta e diciottesima, che raccomandano alla guida una «capacità di adattamento» ai tempi dell'esercitante, ricordando che ogni persona condotta dallo Spirito ha un proprio itinerario e i propri tempi di maturazione da rispettare. Di questo la guida deve essere consapevole e deve tenere conto, per non far subire all'esercitante delle forzature che lo sgancerebbero dalla conduzione dello Spirito e lo porterebbero a oltrepassare il punto di contatto con Lui, perdendone la percezione nella preghiera: "Per gli esercizi che seguono occorrono quattro settimane, corrispondenti alle quattro parti in cui essi si dividono … Con tutto ciò, non si deve pensare che ogni settimana debba necessariamente durare sette od otto giorni … alcune volte è necessario abbreviare la settimana e altre volte allungarla … cercando le cose secondo la materia trattata" (ES 4). In questa regola Ignazio ricorda alla guida la complessità delle situazioni che gli esercitanti possono vivere e di cui bisogna tenere conto se si vuole veramente aiutarli a procedere nell'adesione alla volontà di Dio: "Alcuni sono più lenti nel trovare quello che cercano, cioè contrizione, dolore, lacrime per i propri peccati […] altri sono più diligenti e più agitati o provati da diversi spiriti". Oltre alla diversità dei tempi e delle modalità spirituali, Ignazio invita a considerare pure altre diversità per adattare gli esercizi alle capacità della persona: "Questi esercizi si devono adattare alle disposizioni delle persone … alla loro età, istruzione o intelligenza … secondo la misura in cui vorrà [l'esercitante] rendersi disponibile, perché possa trarne più aiuto e vantaggio" (ES 18). La consapevolezza della complessità delle situazioni vissute dell'esercitante deve portare la guida ad un atteggiamento di ascolto e di profonda comprensione; senza un'attenta conoscenza colui che dà gli esercizi non potrebbe condurre saggiamente la persona alla tappa successiva, perché non saprebbe qual è il punto esatto in cui essa si trova e di che cosa ha veramente bisogno.
Proprio per questo, nelle regole sesta e diciassettesima, Ignazio suggerisce alla guida una «conoscenza profonda» della situazione dell'esercitante, conoscenza da acquisire attraverso un ascolto attento dell'esercitante, una retta interpretazione delle sue parole e dei suoi gesti, ma anche attraverso delle domande rispettose ma mirate: "Chi dà gli esercizi, quando sente che chi si esercita non prova nell'anima mozione spirituale alcuna, come consolazioni o desolazioni … deve interrogarlo molto [mucho le debe interrogar] circa gli esercizi" (ES 6), "Giova molto che chi dà gli esercizi … sia fedelmente informato [Mucho aprovecha … ser informado fielmente] delle varie agitazioni e pensieri che i diversi spiriti suscitano in lui affinché, secondo il maggiore o minore profitto, possa dargli alcuni esercizi spirituali convenienti e conformi alle necessità dell'anima così turbata" (ES 17). Le espressioni usate da Ignazio sono sempre molto significative. Egli ritiene che la guida debba essere "fedelmente informata" sulle condizioni interiori ed esteriori dell'esercitante perché questo "giova molto all'anima", cioè al cammino dell'esercitante. L'interesse fondamentale è anche qui aiutare l'esercitante nel progresso spirituale, ma per poterlo aiutare veramente la guida deve conoscere la sua situazione interiore, perché solo una conoscenza profonda può permettere un aiuto veramente efficace.
Sulle modalità concrete dell'aiuto da dare all'esercitante, Ignazio è molto preciso; nelle regole settima, ottava, nona, decima, undicesima, dodicesima, tredicesima e quattordicesima, egli dà alla guida una serie di consigli pratici che tengono conto sia delle diverse situazioni vissute dall'esercitante e sia della necessità di aiutarlo a raggiunger il suo bene. Cercando un principio che possa essere una sintesi delle indicazioni pratiche di sant'Ignazio per la guida, si può ritenere che egli raccomandi una «attività di consolazione» verso l'esercitante, dando incoraggiamento, sostegno e consiglio nei momenti di difficoltà: "Chi dà gli esercizi … non sia con lui [chi fa gli esercizi] duro né aspro, ma dolce e soave, infondendogli coraggio e forza per andare avanti, scoprendogli le astuzie del nemico della natura umana e facendo in modo che si prepari e si disponga alla consolazione che verrà" (ES 7). Insieme all'ascolto e alla comprensione, Ignazio raccomanda alla guida un'attività sapiente nei confronti dell'esercitante, sia quando questo è nell'angoscia e potrebbe deprimersi e fare errori "per difetto", sia quando invece è nell'entusiasmo e potrebbe fare errori "per eccesso": "Chi dà gli esercizi, se vede che chi li riceve procede consolato e con molto fervore, deve prevenirlo perché non faccia promessa né voto alcuno sconsiderato e affrettato [que no haga promesa ni voto alguno inconsiderato y precipitado] e quanto più si renderà conto che è di indole volubile [de ligera condición], tanto più lo deve prevenire e ammonire" (ES 14). Qui Ignazio non proibisce di fare promesse e voti durante gli esercizi, ma sottolinea la necessità che questi non siano fatti in modo "sconsiderato" o "affrettato", in altre parole senza il necessario discernimento.

Infine, un'ultima raccomandazione data da Ignazio alla guida, perché possa vivere per una buona relazione d'aiuto spirituale, è assumere un «atteggiamento contemplativo», rispettoso e attento verso le mozioni dello Spirito Santo nell'esercitante; il consiglio è di rimanere indifferente di fronte alle decisioni da prendere. La guida non deve spingere l'esercitante verso una direzione o verso un'altra; deve mantenersi distaccata, offrendo all'esercitante gli strumenti necessari per muoversi liberamente e per seguire fedelmente la mozione dello Spirito, razionale e emotiva: "Chi dà gli esercizi non deve spingere chi li riceve … perché, sebbene fuori degli esercizi possiamo, lecitamente e meritoriamente, esortare … in questi esercizi spirituali, è più conveniente e molto meglio … che lo stesso Creatore e Signore si comunichi alla sua anima devota … e chi li dà non propenda né s'inclini verso l'una o l'altra parte, ma stando nel mezzo, come una bilancia, lasci operare senza mediazioni [deje inmediate obrar] il Creatore con la creatura e la creatura con il suo Creatore e Signore" (ES 15). L'atteggiamento contemplativo raccomandato sant'Ignazio è ben diverso dal metodo non direttivo della psicologia contemporanea. Non si tratta qui di non intervenire per lasciare che la persona trovi la sua strada da sola, si fortifichi e cresca nell'autostima e nella fiducia in se stessa. Negli esercizi ciò che conta è riconoscere e seguire le mozioni dello Spirito Santo, con fedeltà e generosità, affidandosi ai consigli della guida e crescendo nella fiducia in Dio. Per sant'Ignazio, la guida d'esercizi non è solo uno spettatore dell'opera di Dio nella sua creatura, ma deve essere anche un buon «facilitatore» di quest'opera; deve suggerire, sostenere e favorire l'incontro del Creatore con la sua creatura, aiutando quest'ultima ad evitare gli inganni del nemico e a orientarsi rettamente al suo Creatore.

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Concludendo, vorrei ricordare che Gesù stesso ha praticato la conversazione spirituale. Ad esempio, ha conversato nella notte con Nicodemo, a Gerusalemme (Gv 3) e con la donna samaritana nell'arsura del meriggio, presso il pozzo di Giacobbe; tante volte con i malati, con il paralitico rassegnato, nei pressi della piscina di Betzaetà (Gv 5) e con il cieco nato ormai guarito (Gv 7); poi con i suoi discepoli e con Pietro, smarrito di fronte alla domanda "Mi ami tu?" (Gv 21). Tra le conversazioni «a tu per tu», vorrei concludere con quella dei due discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), icona classica dell'accompagnamento spirituale. Dopo la risurrezione di Cristo, essi camminavano verso Emmaus e "conversavano di tutto quello che era accaduto" (v. 14). Durante il procedere, mentre discorrevano e riflettevano, Gesù si accostò e camminava con loro. Dopo averli interrogati, "spiegò loro in tutte le Scritture ciò che riferiva a lui" (v. 27). Sappiamo che Gesù venne invitato a fermarsi, che spezzò il pane e che infine fu riconosciuto. Essi si dicevano l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?" (v. 32). In questo bellissimo episodio, nella traduzione italiana, è presente più volte il verbo "conversare"4. Con un'interpretazione spirituale del termine italiano "conversare", possiamo vedere le sue due parti: il "con" e il "versare". Unite, esse rivelano il significato di "versare insieme", come due bottiglie che versano nello stesso bicchiere i loro contenuti. Ogni vera conversazione spirituale è sempre un versare insieme ciò è presente nel proprio cuore; ciascuno versa ciò che ha dentro, ciò che lo addolora o ciò che lo rallegra, ma soprattutto ciò che è stato infuso dallo Spirito e che seguendo lo Spirito viene effuso e condiviso. Ogni efficace conversazione spirituale non può non essere che un "versare insieme", autentico e sincero, perché soltanto la verità converte e aiuta veramente.

P. Lorenzo Gilardi S.I.

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Accessibilità - ultimo aggiornamento: 13/12/2010 12.24.15

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